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Ursus

Quando in auto scendo per via Valdirivo per arrivare sulle rive l’Ursus – questa enorme gru posta sopra una chiatta e quindi trasportabile in qualsiasi punto del mare – è là a farsi ammirare nella sua possanza. Qualcuno l’ha chiamato la torre Eiffell di Trieste, una torre di 75 metri di altezza con le radici nel mare.
E quando posteggio al molo IV cerco sempre di mettere la macchina proprio di fronte a Lui per riempirmi gli occhi della sua storia. Una storia che tutti più o meno conoscono e parte da prima del primo conflitto mondiale con la sua costruzione presso i Cantieri triestini.
All’Ursus il nostro porto deve molto. Egli ha lavorato pesantemente a caricare stive di navi con locomotive, grandi trasformatori elettrici, vagoni carichi di merci (non era ancora tempo di containers) e tutto ciò che di più pesante c’era da caricare e solo nel porto di Trieste si poteva perchè di un Ursus da altre parti non c’era neppure l’ombra.
E’ servito nel dopoguerra per recupero di navi e sottomarini affondati nel golfo.

Come anche per il ripristino di moli e banchine distrutte dalle bombe. Per mettere il tetto dell’Idroscalo.
Tanti lavori fino al 1994 anno del suo pensionamento. Anticipato? Chi lo sa.
Ma è (o era) oggetto di grandi prestazioni e dunque bisognoso anche di molta manutenzione stante la sua complessità. Una molto radicale fu fatta dalla Fincantieri a metà anni ’70.
E dalla data del suo pensionamento – come lo è per molte persone (intendo lavoratori e non politici ) che vanno in pensione – la sua vita è diventata difficile. In pensione, dunque inutile. Solo un costo e in tempi di crisi i costi vanno limati. Questa la tesi di molti. Un insieme di ferraglia ormai inutile e quindi da demolire quanto prima. Sulle Segnalazioni del Piccolo 5 dic 2009  si legge “un ferrovecchio così è inutile e serve solo ad alimentare l’ego di qualche nostalgico sul presunto «guinness world record» che la gru rappresenterebbe. Possibile che Trieste non trovi altri must di cui inorgoglirsi.”

La Fincantieri l’ha ben volentieri regalato alla Guardia Costiera Ausiliaria del Friuli Venezia Giulia.
Chi non regalerebbe un vecchio pensionato e per di più arrugginito?
La storia di questi ultimi 15 anni è complessa tra tesi di demolizione e contrarie tesi di recupero di un pezzo di archeologia industriale sul quale sono stati fatti vari progetti di utilizzo.
Su un blog (la Bora) mi ero copiato e qui incollo un pezzo scritto da persona con nick “capitan alcol” che ho trovato molto bello e poetico. Si riferisce all’episodio del febbraio 2011 quando la violentissima bora spinse in mare aperto l’Ursus. In quella occasione due rimorchiatori con uomini dotati di coraggio e forza incredibili andarono a riagganciarlo nel mare sferzato dalla bora. Impresa secondo me mitica per le condizioni in cui fu fatta questa operazione.

“Che metafora malinconica e allo stesso tempo romantica questo Ursus che vuole lasciare Trieste per prendere il largo e gli accalappia-gru che lo rincorrono e lo riportano come degli operatori socio- assistenziali al suo letto.
Anche se lui in realtà non si sentiva così vecchio come vogliono dipingerlo, credeva di essere utile a qualche causa rivoluzionaria. Piuttosto che una lenta agonia da ferrovecchio in un porto agonizzante di una città fredda e inospitale avrebbe preferito una breve avventura in qualche rada egiziana o libica a insegnare alle nuove leve il mestiere di ricostruire un nuovo paese.“
Un gigante di ferro con un’anima e un cuore. Immagine molto suggestiva e perfettamente calibrata alla situazione di incertezza su come recuperare un pezzo di nostra storia.
Ma del resto Trieste è maestra nel non saper fare progetti di recupero di beni storici.
Ad oggi comunque una certezza c’è. Il partito di chi lo voleva morto è stato sconfitto. L’Ursus è stato dichiarato “Bene di interesse culturale”.
La vita è assicurata. Ma non si sa quale mancando l’approvazione di un qualsivoglia progetto.
Siamo appena nel 2015 e chi vivrà, vedrà.

 

AGGIORNAMENTO a luglio 2018

L’Ursus passa entro la fine di questo luglio 2018 all’Autorità del Sistema Portuale Alto Adriatico presieduta da Roberto D’Agostino.
La grande gru galleggiante era di proprietà della Guarda Costiera ausiliaria che nel 2004 l’aveva rilevata dalla Fincantieri salvandola così da demolizione certa.
Ora i soldi ci sono per un profondo restauro (oltre alle riparazioni urgenti già fatte nei primi mesi dell’anno con “ricovero” nel bacino di carenaggio del porto).
L’intento è di aprirlo al pubblico restaurandole parti metalliche, facendo una piattaforma panoramica e relativo ascensore.

Dunque con piacere vado a smentire – almeno per questa volta – quanto detto alla fine dell’articolo sulla vocazione di Trieste di non saper valorizzare i suoi tanti tesori.
Qualcosa si muove.

La mia Trieste, 24 novembre 2015