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Mercato Coperto

Son de mestier venderigola in piazza,
son triestina, matona, sincera,
mi trato tuti con bela maniera,
solo un scartozzo no posso sofrir.

…….

Ed avanti con le strofe che ogni triestino, dal 1895 in poi, ha nelle orecchie e riporta con simpatia e ammirazione a queste donne votate ad un mestiere tranquillo e piacevole, ma solo nelle belle giornate di primavera o dell’autunno. Per il resto dell’anno mestiere durissimo e non occorre dire perchè.
Oggi le venderigole non esistono più o almeno quelle di serie A, quelle della piazza Ponterosso o della piazza della Legna (ora piazza Goldoni); quelle del sole bruciante o della fastidiosa pioggia, ma soprattutto del gelo e della bora. (1)
L’egoismo mio e di molti può dire “peccato” perché quanto colore e vita esse davano alla piazza Ponterosso, che oggi – specie dopo l’insulsa ristrutturazione del 2015 – è più che mai grigia e morta e che lascia solo e sconsolato il “Giovanin” al centro della fontana del Mazzoleni.
Non solo sconsolato ma anche deluso come lui ebbe a confidarmi un giorno che ero lì a riguardarlo dopo averlo tanto fotografato qualche anno fa per farlo simbolo della triestinità e logo di questo sito (come racconto nella prefazione al sito).
Quando arrivarono le ruspe attorno a lui a tirar su il selciato ad inizio 2015 si era illuso di diventare il capo di una vera fontana che è tale se ha almeno un po’ d’acqua da zampillare. Cosa ci vuole – pensò nella sua stupidità, ma perdonatelo, è solo un pezzo di pietra e anche nella sua testa non c’è materia grigia ma solo inerte pietra – … cosa ci vuole … a tirare un tubo da quella fontanella che è qui a 20 metri da me verso la via Genova e portarmi l’acqua necessaria.
Ahh povero Giovanin senza venderigole e senza acqua.

Sicuramente altrettanto colore e vociare le venderigole davano a suo tempo anche alla piazza Goldoni.
Oggi ci sono ancora le venderigole di serie B e per fortuna loro non sono più quelle autentiche doc. Un tetto sopra la testa e robuste pareti attorno le proteggono dal brutto tempo nel Mercato Coperto in Barriera.
A loro pensò Sara Davis, benefattrice amante dell’anonimato, che lasciò il suo patrimonio al Comune e con un lascito in denaro per costruire un mercato in muratura per le venderigole.
Era il 1904 quando Sara Davis morì e divennero note le sue volontà testamentarie.
Quanta bora e freddo hanno preso le venderigole di piazza Goldoni prima che il Comune (dapprima sotto l’Impero Austro-ungarico e poi sotto l’Italia) si decidesse alla costruzione di un mercato. Attesero esse ben 32 inverni – tra cui quello tremendo del ‘29 – perché il Mercato Coperto fu aperto solo nel 1936 con una solenne cerimonia. Il giorno scelto fu quello del 28 ottobre ossia la ricorrenza della marcia su Roma di Mussolini.
Sarebbe interessante sapere quanto in quella occasione fu speso e onorato il nome della benefattrice o quanto il merito converse sul Regime. Ieri, come oggi le logiche sono abitualmente queste perché così richiede il rito della politica.
Architetto Camillo Iona. Per i discorsi sullo stile architettonico, sulle caratteristiche dell’edificio, sui riferimenti architettonici ad altri edifici similari dell’epoca riporto – ringraziando – quanto scritto nel sito “Archivi degli architetti” (2)
Io poco potrei dire e male anche copiando.


Il Mercato io lo vedo bi-tonale. Convivono separati di 1 piano il colore e il bianco e nero.
Sotto il colore dal rosso cupo dei mazzi di peperoncini al rosso delle mele delizia, delle ciliege, delle fragole e dei pomodori, all’arancio degli aranci, al giallo di banane e limoni, al verde del matavilz e del radicieto, al bianco verde dell’insalata riccia, al bianco dei capuzi, passando da mille altre sfumature per carciofi, peperoni, melanzane, kiwi, patate, piselli e bietole. E poi altra pennellata intensa con la bancherella della fioraia.
Un tripudio di colore che solo salendo al primo piano e guardando verso il sotto si percepisce. E guardando invece lì attorno, solo il bianco e nero di non allegre botteghe di vestimenta varia e di un negozio de robe vecie (3).
Tanti box chiusi perché l’investimento di aprire lì una bottega è di certo azzardato. Poche le persone che salgono la rampa di scale o vanno per quella elicoidale ed ancora meno quelle che sembrano intenzionate a qualche acquisto.
Un bianco e nero verso l’imbrunire di una giornata d’inizio inverno dopo il ritorno all’ora solare. E domani pioggia.
Il Comune – siamo nella seconda metà 2016 – chiarisce che ha ambiziosi progetti per il Mercato Coperto.
Rivitalizzarlo.
Oggi come ieri, in verità il Mercato Coperto è non solo frutta, fiori e vestiti, ma anche 1 bar, 1 edicola, 1 pescheria, 2 macellerie e qualche saltuaria esibizione di musicanti, qualche saltuaria esposizione di quadri. Negli anni anche qualche piece teatrale, un raduno degli ex combattenti, una esposizione culinaria, performance di danza.
Sporadici eventi.
E di certo che vita difficile per la pescheria e la macelleria con a poche decine di metri un Grassilli e un Prunk.
Nelle intenzioni del Comune il rivitalizzarlo sono nuovi negozi (ad affitti molto bassi), un bar sulla terrazza e quindi apertura della terrazza al pubblico, spazi per la ristorazione, spazi per musica dal vivo, mostre, manifestazioni culturali secondo un preciso calendario, zone per giochi bambini.
Ed infine apertura di questi spazi di svago anche alla sera.
Tutto è possibile ma … e seguono ancora molti altri ma …
Tutto è possibile però ci starebbe anche un lavoro parziale. Per esempio che tenga conto della zona e della tipologia di persone. I giovani, salvo rivoluzioni, poco o nulla gravitano in Barriera. Alla sera le persone anziane stanno davanti al dio-televisore e perché dovrebbero andare al Mercato Coperto la cui immagine è bene radicata come luogo di mele e radicieto. Al massimo una bireta on un spritz al bar.
Scegliere tra grandi progetti – che sono sempre un bel palcoscenico per la politica – e che poi li terminano la loro troppo ambiziosa vita ed invece vere e realizzabili migliorie, io non ho dubbi su cosa scegliere.
Qualcuno dirà che milito nel partito del No se Pol.
In qualche partito bisogna pur militare. E poi se esso conta a Trieste tanti simpatizzanti ci sarà pur una ragione che magari affonda nella storia della vita vissuta della città.
Magari un giorno 2 righe, su questo sito, le potrò anche dedicare anche questo tema fonte di autoironia per noi triestini nonché di qualche stilettata dall’esterno (4).

Molti in giro per il mondo sono i mercati coperti particolarmente suggestivi. Tra il poco che ho visto quello di Rotterdam è semplicemente fantastico. Una botta di vita ed in piena forma.
A Parigi non rammento un grande mercato coperto per frutta e verdura e quasi ogni arrondissement ha il suo mercatino.
Quello di Cannes molto grazioso.
Dicono bello quello di Budapest che risale al 1800, quello di Stoccolma, il Borough di Londra
In Italia se parliamo di mercati (veramente) coperti ho presente quello di Firenze sorto a fine ‘800 ed ora in crisi per le solite ragioni della concorrenza della grande distribuzione. Anche a Firenze il Comune è intervenuto con iniziative di supporto. A Roma conosco per esserci stato tante volte quello al centro della piccola piazza Alessandria all’inizio della Nomentana.
Ma hanno caratteristiche diverse. Sono perlopiù una raccolta di negozi, macellerie, pizzicagnoli, pescherie, vendita oggetti di cucina, arrotini, calzolai e  un po’ di frutta e verdura.
Il Mercato Coperto di Trieste è altro. In esso le venderigole non più in piazza, ma al coperto.

Son de mestier venderigola in piazza,
son triestina, matona, sincera,
mi trato tuti con bela maniera,
solo un scartozzo no posso sofrir.

…….

Nota 1

Sopravvivono – e nel vero senso della parola – con i loro banchi sotto le stelle solo le donne che vendono fiori davanti all’ingresso del Cimitero. Posto di sole infuocato e di bora più che mai che scende in diretta dalle colline dietro.
Che io ricordi in molte città la vendita di fiori davanti ai cimiteri non è all’aperto.
Sara Davis n. 2 non c’è.

Nota 2
“Il mercato sorge su un’area triangolare ed ha una pianta ad unghia; i due piani sono occupati all’interno da un grande salone, alla maniera dei Mercati traianei. Negli archi ribassati di spartimento vi è un preciso riferimento ai saloni della Victoria, la nave, esempio di avanzato design, che il Lloyd Triestino aveva varato nel 1931.
La funzionalità, che domina la sala interna del mercato, è rappresentata anche dalla rampa elicoidale di raccordo tra il primo e il secondo piano, che doveva servire alla circolazione dei carri per il rifornimento della merce. Soluzione questa che affonda le sue radici storiche nelle rampe vignolesche di Caprarola, ma che era stata “reinventata” da Mattè Trucco nella Fiat Lingotto a Torino (1926) ed in seguito presente in tutti i garage d’Europa e d’America. La rampa è contenuta in una torretta angolare, progettata da Iona per risolvere il problema dell’angolo acuto che si veniva a formare dall’incontro delle due vie su cui si ponevano i lati lunghi dell’edificio. Le finestre a nastro guidano l’andamento crescente della torretta fino a raggiungere il culmine, segnato da un orologio luminoso. La soluzione che fa dell’angolo il perno dell’edificio era già stata sperimentata agli inizi del XX secolo da John Soane nella Bank of England, a dimostrazione di una ricerca di adeguamento della ritmica visiva a spazi organizzati, in funzione dell’uso contemporaneo.”

http://www.architetti.san.beniculturali.it/web/architetti/progetti/scheda-progetti?p_p_id=56_INSTANCE_hIz4&articleId=17837&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&groupId=10304&viewMode=normal

Nota 3
Ho scritto “robe vecie” e come l’ho scritto mi è risuonato dentro, come fosse oggi, la voce di uno straziariol che girava per i rioni. Lo vedo scendere per via Piccardi e sento la sua cantilena, sempre uguale negli anni della mia infanzia. “robe vecie de vender, robe vecie de vender” e poi silenzio per un mezzo minuto e poi ancora altre 2 volte il suo spot pubblicitario fino a perdersi in lontananza confuso dal rumore del tram 11.
Pochi gli affari che faceva. “Robe vecie de vender, robe vecie de vender” guardando in su verso le finestre attendendo che qualcuno gli facesse un segno. Allora saliva. Ma capitava di rado.
Il buon uomo s’era scelto un mestiere in anticipo sui tempi. Girasse oggi per via Piccardi o qualsiasi altra strada e ci sarebbero centinaia di mani a fargli segno di salire.
Neppure per vender, basta che el porti via.

Nota 4
“”No se pol ? È il contrario di ciò che vogliamo e non intendiamo cedere a questa cultura.””
Renzi Matteo,
Trieste, maggio 2016.
Idem Serrachiani Debora.

La mia Trieste, 20 ottobre 2016