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Ferromodellismo a Trieste. Il Ferclub

A Trieste ci sono treni grandi in Stazione e treni grandi al Museo Ferroviario di Campo Marzio.
In Stazione questi treni grandi sono moderni e corrono, nel Museo sono vecchi e non corrono più.
Ma poi c’è un luogo, a Servola, dove i treni sia moderni sia vecchi sono piccoli e corrono.
In una ex scuola elementare ahimè abbastanza degradata di proprietà del Comune di Trieste c’è la sede del Club Triestino Ferromodellisti Mitteleuropa – FERCLUB.
A Trieste uno ci può venire per vedere Miramare, il Castello di S.Giusto,  piazza Unità, la Barcolana, si spera anche la libreria Saba, ma trova motivo di interesse anche se è appassionato di treni.
Il fascino delle vecchie locomotive a carbone e dei primi locomotori elettrici da vedere al Museo di Campo Marzio, ma appunto anche il fascino più acchiappabile con mano dei trenini che viaggiano su binari che possono stare a casa nostra sopra un tavolo in sala o per terra nell’altra sala o su un plastico in taverna, per chi ha la fortuna di averla.
E ovviamente il fascino dei trenini ha tutta la possibilità di esprimersi al meglio in un posto dedicato interamente ad essi e curato da chi ha passione e competenza.
Il Ferclub questo sembra essere,  con i suoi 7 plastici molto diversi tra loro e che vanno da quelli con treni molto piccoli in scala N, a quelli più diffusi che sono in scala HO, a quelli più grandi adatti a giardini.  Questi ultimi, al Ferclub, circolano se il tempo è buono nel cortile della ex scuola che vede ancora insieme bambini ed adulti.
Trenini, piacere dunque di tanti bambini e passione per molti adulti

Quella passione che nel 1988 ha messo insieme alcune persone che si sono trovate per parlare di treni, scambiarsi info, progettare un qualcosa destinato a dare concretezza a questa passione nella certezza di essere in tanti ad averla. Il primo traguardo concreto arrivò dopo 4 anni con, finalmente, una sede, in via Locchi, in un grande stanzone preso in affitto dal Comune, dove i soci poterono portare i propri locomotori, locomotive, vagoni, binari, scambi, congegni di comando assieme alla loro voglia di costruire una degna cornice – il plastico – dentro o sulla quale far correre quei piccoli treni.
E ponendo così fine a dissapori con la moglie o con i genitori per lo spazio rubato alla casa (con i genitori era il caso mio, ma nel 1988 ero via da Trieste e i miei treni sono rimasti silenziosi e fermi nelle loro confezioni dentro grandi scatoloni).
Nella sede di via Locchi fu costruito – con l’accortezza di farlo modulare – il primo plastico ed erano treni delle ferrovie svizzere.
La sede di via Locchi, anche per le sue ridotte dimensioni, non era aperta al pubblico, ma solo ai soci o chi ne facesse richiesta per una visita.
Uno che fece richiesta di andare a curiosare – dopo aver visto a palazzo Costanzi una fortunata mostra con quasi 17 mila visitatori allestita dal Ferclub – fu tal sig. Stefano Delami che, giovane, molto si appassionò. Oggi è il presidente dell’associazione seguendo nella carica i suoi 2 predecessori signori Grava e poi Roccavini.
Con l’aggiungersi di soci e … binari e treni fu gioco forza per il Ferclub un trasloco dalla sede di via Locchi.
Nel marzo 2003 si inaugura la nuova sede alla presenza dell’allora Sindaco Di Piazza e del vescovo di quegli anni Mons. Ravignani.
Nasce nello stesso anno la fortunata iniziativa dei “I trenini della domenica”.  Alla prima domenica di ogni mese, salvo d’estate, e con qualche ulteriore apertura verso le feste natalizie, la sede è open per tutti e con qualche speciale richiamo per i bambini.
L’iniziativa apre il Ferclub alla città, ai grandi e in special modo ai bambini.
Non un museo da visitare con un biglietto, ma un ingresso libero per condividere con i soci il piacere di vedere modelli di stazioni, di paesaggi e naturalmente di treni che viaggiano fluidi e precisi sui binari.

L’elettronica ha fatto ovviamente il suo ingresso anche nei trenini, nei trasformatori che danno loro la velocità, nella segnaletica, nei comandi degli scambi assicurando così prestazioni molto elevate in termini di assenza di intoppi ed incidenti. E tutto assistito dai computer come nelle stazioni dei treni grandi. (Si noti che ho detto “treni grandi” e non “treni veri” perchè anche questi sono veri, solo un po più piccolini (1). )

Un piacere ammirare anche tutto ciò che sta attorno a binari e treni. Stazioni, paesaggi, rimesse e … suoni
Certo, i suoni. I treni, quelli grandi, sferragliano, freni che stridono, motori che per le ventole di raffreddamento sono rumorosi. E poi nelle stazioni le solite raccomandazioni “non aprite le porte prima che il treno non sia completamente fermo” “ vietato attraversare i binari” “allontanarsi dalla linea gialla” .
Insomma rumori e voci. Le stesse anche qui mentre i trenini vanno ognuno con il suo rumore e nel caso delle locomotive a vapore stantuffi rumorosi, freni che per la loro vetustà molto stridono e fumo che esce.
Un bravo ferromodellista cura i particolari e sono quelli che specie poi nei raduni internazionali fanno la differenza.
Gli aiuti pubblici sono scarsi anche se i rapporti con il Comune sono ottimi ed in particolare con la VII Circoscrizione che non manca di far sentire la sua presenza in vari momenti della vita associativa. Sicuramente grata al Ferclub per la visibilità data a Servola che non è quindi solo fumi della ferriera (f minuscola),  ma anche fumi – questa volta innocui – che escono dai fumaioli delle piccole locomotive a vapore.
Impossibile sarebbe il bilancio annuale se non ci fossero ad arricchire il parco treni le donazioni ricevute a vario titolo dall’Associazione. E tanto meno ricco sarebbe tale parco se i soci non portassero nella sede del Ferclub i loro treni per il piacere di vederli girare e di farli vedere in occasione dei “I trenini della domenica” o di altre manifestazioni.
Siamo nel 2016 a scrivere queste righe. Dopo 28 anni tanto è cambiato, tanti soci sono usciti, altri sono arrivati.

Il sito del Ferclub è molto completo e spiega meglio di come potrei fare io i vari plastici oggi presenti e le loro caratteristiche. Al sito dunque rimando chi ha voglia di approfondire. In questa sede solo qualche cenno per chi è interessato, ma non avido di dettagli.
Attualmente il plastico che richiama di più l’attenzione di grandi e piccoli è quello chiamato “Plastico senza frontiere”. Sono circa 20 metri quadrati di plastico sui quali possono circolare contemporaneamente vari treni. Una grande quantità di scambi e semafori, una grande stazione, vari tunnel che assieme a salite e discese consentono di movimentare il percorso.
Vicino alla stazione ed in posizione ben visibile ai visitatori c’è il deposito. Non a caso posizione ben visibile perchè tantissimi dettagli sono tutti da guardare. La piattaforma girevole collegata ad alcuni binari morti e alla rimessa con spazio per 12 locomotive che entrano, escono, perlopiù vecchie vaporiere che con grandi sbuffi di vapore e fumo vanno a fare rifornimento di carbone per essere pronte al loro turno di lavoro in testa a qualche vecchio convoglio.
Impressionante l’ accuratezza di ogni minimo dettaglio, compresi i rumori di cui prima dicevo, sicché – per chi ne ha voglia – c’è la possibilità di un vero salto temporale di una cinquantina d’anni indietro.
Locomotive a vapore, i fascinosi 428 serie1, serie2 e serie3 che furono i primi grossi locomotori elettrici per treni veloci tra gli anni ‘30 e ‘60;  i 626 che furono i locomotori elettrici del dopoguerra sulla linea a Trieste elettrificata solo fino a Cervignano (e poi ciuff ciuff fino a Mestre);  i pesanti 636 tutti sempre in color Isabella.
E poi sul plastico a pochi metri più in là di nuovo nel presente con i 412 in testa a pesanti treni merci; i 402 in testa agli intercity;  il Freccia Rossa;  le 444R, ossia con la nuova livrea;  il Pendolino antesignano delle Frecce.
“Plastico senza frontiere” è il suo nome perché si è voluto dare risalto agli stretti legami con altre Nazioni a noi contigue e che hanno solidissime tradizioni nel campo del ferromodellismo.
Al calar del sole di un finto giorno su questi finti treni, ma che tutto sembrano fuorchè finti, s’accendono le luci e di grande suggestione è la notte con la stazione illuminata, le pensiline, i semafori, le “marmotte” (2), le luci dei treni che vanno, le luci nelle case, i fanali dei camion che vengono verso la stazione per salire sui carri bisarca, i semafori sul rosso lampeggiante o fisso dei passaggi a livello chiusi.
Una stazione che si rispetti imbarca anche camion sui suoi carri bisarca. Qui arrivano transitando per le strade vicine e procedono sulle strade dritte o curve mediante un sofisticato sistema di magneti. In perfetto automatismo salgono sui carri usando una rampa.
La cura dei dettagli è elevatissima anche per questa parte “stradale”.
Ma voglio raccontare un piccolo dettaglio che se non mi fosse stato mostrato mi sarebbe sfuggito, tante sono le cose da guardare, tanti i richiami per i nostri occhi.
Sulla strada con rettilinei e curve i  camion che vanno perchè lì nei pressi c’è la postazione di imbarco sulle bisarche utili più che mai per diminuire il trasporto su gomma e liberare un po’ le le nostre autostrade (sorry, questo è un plastico e dunque questo problema non c’è. Ma solo qui sul plastico!).
Camion, ma c’è anche un bus di città che tra poco arriva alla fermata a richiesta e dunque accosta a destra fermandosi nello slargo alla sua destra mentre sulla via altri camion transitano. Il bravo autista del bus aspetta che l’ultimo sia passato, poi mette la freccia e si immette di nuovo nel traffico.
Apparentemente nessuno lì vicino a dare questi comandi, nessun binario come per i treni da seguire. Solo un brevetto tedesco (3) e una sapiente regia di programmazione al computer.

Accenno ancora ad altri tre plastici.
Uno è interamente dedicato ai treni Marklin (4) anni ‘60. Si potrebbe chiamarlo plastico vintage.
Anche tutto il funzionamento è di tipo analogico com’ era tutto il funzionamento prima dell’avvento dei sistemi digitali che hanno portato grandi benefici nella circolazione dei trenini.
Questo plastico che molto accontenta (vecchi) appassionati, è un omaggio alla Marklin, azienda decisamente leader negli anni ‘60 prima che la sua posizione fosse erosa da molte altre case di produzione nel frattempo sorte in Europa e resa critica da alcuni (gravi) errori di gestione aziendale. (5)

Altro plastico è quello che al Ferclub chiamano “a parete”. Per sfruttare al massimo lo spazio, in una stanza già occupata al centro dal plastico delle Ferrovie Retiche, si è scelto di sfruttare le pareti con la costruzione di una lunga mensola che viaggia su tre pareti.
Sulla mensola ad altezza di circa  m.1,50 la stazione con i convogli che partono per un lungo viaggio in salita che si snoda lungo le altre due pareti.
Il materiale è tutto ancora Marklin, ma non più analogico bensì digitale.

Saltando a piè pari molto altro presente nelle sede del Ferclub di via Giardini a Servola e rimandando al loro sito, chiudo questo articolo accennando al plastico che viene chiamato “plastico dei trenini della domenica”. Chiudo con questo perché dà il segno dello spirito di questa associazione: appassionati super esperti che non se la raccontano (solo) tra di loro, ma aprono ai neofiti e ai giovani.
Questo plastico è a disposizione proprio dei bambini che, assistiti nelle manovre da un socio, possono assaporare il piacere di far partire un convoglio e farlo viaggiare, usando semafori e scambi, lungo il lungo percorso fatto di tanti binari, gallerie, ponti, salite e discese.

 

Nota 1
La scala per i trenini  in HO  – che è il tipo più diffuso e che tutti noi abbiamo presente  –  è di 1 / 87. Ossia 1 cm del trenino corrisponde a 8 metri e 70 del treno grande. Ecco che un vagone che vediamo in stazione ad es. di 20 metri lo vediamo al Ferclub di circa 17 cm

Nota 2
Marmotte è il nome o soprannome dato ai segnali luminosi sul terreno accanto agli scambi e che indicano al macchinista del treno se lo scambio è dritto o in deviata.

Nota 3
La ditta Faller di Gutenbach nel sud della Germania ha creato un sistema per far circolare modellini di auto e camion su tracciati di strade inseriti per es. in un plastico al fine di arricchirlo di particolari.
Il modellino è dotato di batterie ricaricabili e sotto la strada viene posto un tracciato di magneti. Essi sono singolarmente comandati a distanza da un programma del computer e i sensori posti nel modellino lo guidano come fosse su un binario.
Il computer arriva a programmare per ogni mezzo dove deve andare, dove deve fermarsi e nel caso dei tir su quale vagone bisarca deve salire.

Nota 4
Ad oggi (2016) la Marklin ha 157 anni.
Era il 1859 quando Teodoro Guglielmo Marklin, stabilitosi vicino Stoccarda, aprì una piccola fabbrica di giocattoli avendo come ottima venditrice la moglie. Impresa poi passata ai figli Eugenio e Carlo che nel 1891 presentano alla Fiera di Lipsia un trenino giocattolo con funzionamento a orologeria su un circuito base a forma di otto ma ampliabile con altri binari, scambi e incroci.
L’era dei trenini inizia qui con successive importanti innovazioni che sono l’introduzione di meccanismi a elettricità nel 1900 – seppure a 220 o 110 volt – e nel 1926 con l’introduzione del trasformatore che andava a risolvere il gravissimo problema della tensione pericolosa. La scala HO, che sarà poi la più diffusa nella produzione di trenini, è del 1935.
Queste le tappe di chi ha inventato nel mondo i trenini elettrici e che fino ad alcuni decenni fa è stata leader assoluta nel mondo.
In Italia, nel dopoguerra, la Rivarossi ha iniziato a fabbricare trenini HO, ma la Marklin…..
Qualità
dunque eccelsa quella della Marklin, ma con il difetto dei prezzi molto alti ed in quegli anni anche a causa dei dazi doganali esistenti tra Germania e Italia.
L’azienda è entrata in tempi recenti in grave crisi per un insieme di fattori. Grande concorrenza; binari e mezzi di trazione non compatibili con altre marche perché a sistema di corrente alternata laddove tutti gli altri sono con sistema a corrente continua (salvo qualche casa che ha produzione anche in alternata per soddisfare i clienti Marklin); disaffezione della clientela tradizionale di questa Casa dal momento in cui parte della produzione è stata dirottata in Cina. Quanti si sono detti …” ma io devo pagare tutti questi soldi per un prodotto cinese?”
Scelte sbagliate che hanno portato l’azienda all’amministrazione controllata. (uso il termine italiano riferendomi ad analogo istituto del diritto germanico).
L’amministrazione controllata ha risanato i bilanci e la Marklin è stata rilevata dalla nota azienda di giocattoli tedesca Sieber.
In un comunicato della Sieber (ahimè in tedesco) si legge che la produzione di trenini continuerà ma prevalentemente in Ungheria. Dalla Cina la produzione sarà riportata in Europa ed anche parte della produzione della fabbrica ora a Goppingen convergerà in Ungheria.

Nota 5
Fra i principali produttori in Europa vanno sicuramente ricordati Roco in Austria; Trix, Fleishmann, Brawa, Piko e Arnold in Germania ( La Roco e la Fleishmann si sono fuse insieme);  Jouef in Francia; Fulgurex, Lemaco, Hag e Bemo in Svizzera ma la Bemo anche in Germania; Mehano in Slovenia;  Rivarossi, Lima, in Italia ma anche piccolissime aziende come la Acme di Milano, la Os.Kar della Sardegna, la veneta Vitrains.
I divari di qualità tra queste case di produzione sono, in vari casi, molto elevati. E così molto differenti i prezzi.
E va ancora rilevato che la qualità di alcune tra le maggiori case è variata nel tempo (di solito in peggio) cercando di far fronte alla crisi con scelte non giuste.

Nota 6
Le 4 foto qui sotto inserite sono state da me scattate nel 2010 nel deposito della stazione ferroviaria di Mendrisio (tra Lugano e Como) dove sono fermi alcuni vecchi locomotori svizzeri fra cui il Coccodrillo. Stato di conservazione discreto. Ma comunque la Svizzera ha molta cura dei suoi vecchi e glorioso treni.  Alcuni  tra cui un paio di  “coccodrilli” sono perfettamente restaurati e molti sono i vecchi treni che effettuano corse sui tracciati di un tempo (come quelli del Bernina).
Purtroppo la ristrettezza dello spazio dove sono “archiviati”a Mendrisio questi locomotori non ha consentito riprese migliori.

La mia Trieste, 27 ottobre 2016