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Piazza Garibaldi (e via Raffineria)

Un’isola tra il traffico intenso. 25 alberi tra vecchi e nuovi (1), perlopiù platani, edicola, fiori, duplicati di chiavi, bancarelle varie di povere cose che di mese in mese s’aggiungono alle altre già presenti, tavolini di uno o due bar, la colonna con la Madonna, quattro panchine, 2 telefoni pubblici. Un’isola con il fiume di traffico attorno sui tre lati e sull’altra sponda una catena le cui strette maglie sono negozi e bar, bar e negozi.
Strisce pedonali con semafori come ponti levatoi per chi va sull’isola – la piazza vera e propria – o l’attraversa. E’ normale per chi scende dal viale D’Annunzio per immettersi in Barriera passare osservando il piccolo commercio e uno sguardo, forse, all’unico punto fermo della piazza: la fontana.


La Madonna troppo in alto e tra i rami degli alberi per essere guardata da chi scende verso il centro. Si fa vedere con moderazione da chi sale. Destino di tutte le statue messe su basi molto alte.
Vedo ciò che è all’altezza dei miei occhi o più in basso. In basso lo sterco degli uccelli mi dice che se non affretto il passo qualcosa che pioggia non è mi può cadere addosso.
Davanti ed intorno invece una abbondanza di popolo “diverso” che inevitabilmente apre riflessioni senza fine sul concetto di “diverso”, di “straniero”.
Trieste città dell’accoglienza costretta a cambiare idea (?).
Qui il popolo di quasi tutti questi bar si suddivide tra cinesi – quelli che gestiscono i bar – e avventori serbi, croati, albanesi, romeni e in genere da tutto l’est europeo. Nel corso del 2016 in calo per la mancanza di lavori o lavoretti stante la crisi.
In totale dodici bar tra la piazza Garibaldi e il breve tratto (non più di 100 metri) della via Raffineria fino all’angolo con la via Gambini.
Di questi dodici solo tre “riservati” agli italiani e sono quelli sul lato della farmacia.
Ed altri flussi questa volta del tutto extraeuropei scendono dalla via Pascoli. Lassù, in alto, tra la via Gatteri e via Rossetti, in una casa di abitazioni, una moschea.
Pensieri che corrono inseguendo riflessioni che non riguardano solo la nostra città.
Di tanto in tanto il Piccolo racconta di qualche rissa, di qualche commercio di fumo, di bulli. Sicuramente vero, ma non di giorno. Per certe faccende serve un po’ di buio e pochi occhi a vedere.

Ci fosse ancora la dogana a verificare chi entra ! Qui essa era dove oggi c’è l’incrocio di via del Bosco, via Molino a Vento e la piazza.
Lì vi era la sbarra – la stranga in dialetto con etimo dal tedesco – dei doganieri sicché per molto tempo la piazza fu chiamata della Stranga. E già che parlo di denominazioni la piazza ebbe anche nome Piazza della Marina per la presenza dell’edificio della marina austriaca, poi Piazza Elisabetta in onore della regina venuta in visita a Trieste, poi piazza Barriera Vecchia e dal 1919 piazza Garibaldi.
Anche qui come per altre piazze i nomi parlano della storia di questa città.

Il formarsi di questa piazza fu reso possibile dall’interramento nel 1835 del torrente Klutz proveniente da Rozzol. Il palazzo della dogana era preesistente a questo interramento e risale a fine 1700.
Ci sono tipologie di edifici/uffici che per la loro funzione dovevano stare ai bordi della città. E dunque ingrandendosi la città ecco che il macello, il lazzaretto ed appunto la dogana hanno mutato nel tempo la loro ubicazione. Questa di cui ora parliamo era per i transiti che attraverso la via Molino a Vento andavano e venivano con l’Istria mentre altra dogana era dove oggi sorge il palazzo delle poste per i transiti con il Friuli.
Per tanti secoli i dazi venivano pagati appena fuori la cinta muraria nella zona di piazza della Borsa.

Di una piazza ordinata priva di gabbiotti e bancarelle la fontana potrebbe considerarsi il centro di essa.
A suo tempo di certo lo era anche per la sua importante funzione di dissetare i cavalli prima di iniziare il viaggio o appena arrivati dall’Istria
Con l’intensificarsi dei traffici venne dunque costruita questa fontana a forma di dodecagono ed i 12 lati consentivano l’ordinato (si sa … “L’Austria era un Paese Ordinato “ – Carpinteri e Faraguna) abbeveraggio di dodici cavalli contemporaneamente. Da notare lo spigolo del muretto arrotondato per evitare che i cavalli o gli asini si potessero graffiare nella foga di tuffare la testa nell’acqua.
Delle vecchie fontane triestine in centro piazza questa è la più semplice, in linea dunque con la sua funzione pratica e non solo di abbellimento architettonico.
Nulla pertanto a che vedere con la bellezza raffinata delle tre fontane del Mazzoleni (piazza Unità, Piazza Borsa, Ponterosso) o di quella decisamente maschia dell’architetto F. Schranz (piazza Vittorio Veneto).
Qui la fontana in pietra d’Aurisina fu costruita dai tecnici del Comune sulla base di un disegno dell’architetto Vallon.
Incisa nella pietra del muretto la data della costruzione: 1859.

Urbi praesidium committem in via populi pietas te posuit virgo immacolata – MCMLIV”
Questa la scritta poco visibile perché solamente incisa nell’alta colonna che regge la statua della Madonna opera dello scultore Asco. (2)
Monsignor Santin assieme al sindaco Gianni Bartoli la inaugurarono con solennissima cerimonia, in una fase molto delicata per la città, il 12 settembre 1954, ossia circa un mese e mezzo prima della fine dell’amministrazione angloamericana. L’imponente servizio d’ordine della polizia (civile) con la chiusura di tutte le strade adiacenti trova sicuramente spiegazione nel particolare momento storico e nella presenza (3) alla cerimonia di due persone – Santin e Bartoli – che erano da sempre fortemente impegnati al ritorno di Trieste all’Italia.
Molto si discusse in merito a dove collocare questa statua realizzata con pubblica sottoscrizione. (4) C’era chi si mostrò contrario a piazza Garibaldi come sua sede essendo vista la piazza come molto popolana e di “sinistra”, spesso usata per comizi del partito comunista. Altre sedi furono proposte, ma poi alla fine qui fu collocata.
A dominare la piazza già da lontano per chi sale dal centro v’è Polifemo. Questo è il soprannome dato al grande palazzo (quello che ha sotto sull’angolo la pescheria) la cui costruzione fu a ridosso della prima guerra per ospitare gli uffici della marina austriaca. In alto sul tetto lo spazio rimase vuoto e privo dell’orologio costruito a Vienna e che lì  rimase stante l’esito del conflitto.
Da qui il soprannome di Polifemo, il gigante con un occhio solo al centro della fronte incontrato da Ulisse nelle sue peregrinazioni.
Non so se per progetto iniziale o per qualche ristrutturazione successiva, nella realtà le case sono due e solo la parete sulla piazza le unifica. Due portoni, uno sul viale D’annunzio e l’altro sulla via Raffineria.
Una leggera diversità di colore della parete dovuta a tinteggiature in epoche diverse ed avvertibile solo se si presta bene attenzione, mostra il confine tra le due case.


Il giro della sponda esterna della piazza lo inizio con l’angolo sulla via D’Annunzio. La pescheria – ora pescheria Davide – è lì da antico tempo. Aperta da Rudy Bonivento nel dicembre 1939  dopo aver appreso il mestiere dal padre Rodolfo che assieme al suo socio Bordon gestiva la lunga e stretta pescheria che aveva un ingresso in via Carducci e l’altro in piazza Goldoni e che sotto altra gestione è rimasta operativa fino a tutti gli anni ’50.
Nella sua pescheria Rudy lavorò assieme alla moglie Anna fino al suo ritiro per andare in pensione a dicembre 1990. Lavoro faticoso perché Rudy alle 5 del mattino di ogni giorno era dietro la Pescheria Grande dove si svolgeva il mercato del pesce. Lì comperava il meglio per offrirlo con molta competenza e grande, pacata gentilezza ad una clientela non solo rionale.
A fianco v’è un negozio alimentare romeno, un bar, il deposito dei fiori della fioraia che sta sulla piazza e poi l’altro bar sull’angolo.
Cinquanta anni fa al posto del deposito della fioraia c’era un macellaio e a fianco un autoaccessori.
Il bar sull’angolo della via Raffineria che, anche se gestito da cinesi ha nome Alì Babà, ha conosciuto tempi migliori. La successione dei proprietari: Ciabatti che l’ha aperto, poi sig. Nildo che ha venduto ad una persona che nel ristrutturare mise due sculture lignee di cavalli da cui il nome dato dalla gente di bar “ai 2 Cavalli”.

Come resistere alla tentazione di dare un’ occhiata alla via Raffineria dove nel primo tratto fino all’angolo della via Gambini (100 metri e non più) si contano tre bar per lato e la gente non manca in alcuna ora del giorno e della sera.
Meglio distrarre la mente da questa realtà. La severità del palazzo in pietra ingrigita dal tempo, a sinistra salendo dalla piazza, per fortuna richiama lo sguardo. La mano professionale di un architetto la si nota per la complessità della facciata. Su tutto dominano due aquile bicipiti – simbolo dell’impero austro-ungarico – che sembra essere stata la causa di un difficile e ritardato nulla osta di abitabilità dell’amministrazione italiana appena giunta dopo la prima guerra, quando il palazzo fu costruito con inizio nel 1914, architetto V. Angeli come targa apposta dal Rotary Club Trieste Nord ricorda.
Negli anni ‘50 trovava ivi posto un meccanico elettrauto – tale Giorgio – con la sua officina un po’ più bassa della sede stradale ed una rampa interna che serviva per l’accesso dei veicoli. Ed ancor prima il padre del sig. Giorgio lì aveva il suo negozio di mangimi per animali.
Il garage Regina esiste ancora da prima della seconda guerra. Oggi poco visibile vi si accede da sotto la casa più recente, angolo via Gambini. E’ ancora molto grande, ma a suo tempo era enorme e arrivava fino alla parallela via Manzoni. In esso ebbero deposito camion e veicoli militari dei neozelandesi negli anni dopo il ‘45.
Sull’altro lato proprio sulla curva c’è ancora l’insegna di un “appalto” chiuso da anni, abbastanza famoso per i suoi sigari e sul bancone sempre una grande scatola di Toscanelli dove il cliente faceva la sua scelta dopo aver sentito bene il sigaro sotto i polpastrelli. “Scricchiola ?, no questo non scricchiola bene, si questo è invece giusto. Allora prendo questo.” Salvo il giorno dopo andare per comperare ancora e scegliere per buono quello scartato il giorno prima.
In fondo alla via sulla sinistra e lato scuola l’edicola è chiusa da qualche decennio mentre di fronte, con l’angolo rotondo sulla via d’Annunzio, vale la pena alzare lo sguardo e cercare di decifrare la scritta ormai quasi del tutto cancellata. Si riesce ancora a capire la parola “cinematografo”. Ed infatti quella era la sede di un vecchissimo cinema  ante seconda guerra: il Cine Buffalo Bill.

Nel ritornare sulla piazza, sull’angolo con la via Pascoli, un piccolo segno del grande degrado: una nicchia, come tante sparse nella periferia della città. Qui è vuota e la piccola grata a protezione divelta e privata della sua statuetta religiosa – di certo senza alcun valore economico – che oggi potrebbe essere molto più densa di significati che non al tempo in cui fu messa.
E forse proprio per questo non c’è più.
E forse proprio per questo anche chi è del tutto laico se ne addolora.
Attraversata la via Pascoli l’angolo ha sempre il suo bar oggi tanto diverso dal bar Garibaldi di un tempo dove le famiglie a fine anni ’50 e poi ’60 andavano la sera per vedere Lascia e Raddoppia e dove c’erano i separé per i giocatori di scacchi.
A fianco, nel passare, sento odore di baccalà. Non c’è baccalà in giro, ma l’odore di quei tranci appesi fuori dal negozio di alimentari Koball – estate e inverno – è rimasto nella mia memoria olfattiva. Oggi al posto di Koball i cinesi di AZ con la loro carta in vendita non fanno odore né buono né cattivo.
Con pizzeria, bar, banca e non più il negozio di bicchieri e cristalli, si arriva all’angolo della via Foscolo.
Il ponte levatoio delle strisce pedonali porta dall’altra parte della via Oriani sul cui angolo c’è ancora una vecchissima casa, due piani, disabitata. E’ l’unica casa malandata che l’occhio coglie stando sulla piazza. Sotto un negozio di pesca, coltelli e simili.
Ha preso il posto, dopo anni di completo abbandono, di una drogheria. Siamo negli anni ‘50 e ‘60. Qualcuno la chiamava Drogheria Momi perché sul vecchio bancone di legno, quasi sempre a dormicchiare ed attendere qualche carezza dagli avventori del negozio, un gatto dal nome Momi.

Ultimo lato da percorrere in un soffio perché anche questo viaggio in questa piazza è stato più lungo del previsto. Ricordi personali e chiacchiere con qualche vecchio della zona, ben lieto di tornare indietro con la memoria, hanno allungato il discorso.
Procedendo in su verso via Molino a Vento incontriamo un bar elegante con dolci e gelati. Lì dove prima c’era la panetteria Dudine. Il compro oro attuale era la gioielleria Noni.
Altro bar e poi la Farmacia “alla Redenzione” che vanta anch’essa origini nel 1800. Alcuni anni fa ha cambiato di pochi metri la sua dislocazione al fine di ingrandire il suo spazio.

Stanco, arrivo a bermi un caffè al Bar Perseo sull’angolo di via del Bosco. Tanti cambi di gestione, ma sempre la stessa scritta in corsivo “ Perseo” . Perchè Perseo ormai non lo sa più nessuno, neppure chi ricorda che lì su quell’angolo, prima del bar, apriva le sue porte una trattoria-buffet.

Nota 1
La prima piantumazione di alberi avvenne nel 1859 così come riporta il Generini nel suo “ Trieste antica e moderna” prima edizione 1884

Nota 2
Riporto – ringraziando – biografia di questo schivo artista triestino scritta da Luca Bellocchi per il sito AR – ArteRicerca

Franco Atschko nacque nel 1903 a Trieste da madre polacca e padre triestino che lo abbandonò poco dopo la nascita.
Ospitato dalla Pia casa dei Poveri nel 1916, dato che la madre, attenta alla sua istruzione, non poteva curarsene per le difficoltà finanziarie, dette immediatamente prova di precoce talento nella scultura tanto che, nel 1917, realizzò un busto dell’imperatore Francesco Giuseppe. Grazie all’interessamento del Direttore dell’Istituto si iscrisse all’Accademia di Vienna. In seguito fu a Venezia e a Roma ove ottenne, nel 1921, il secondo premio al Concorso Internazionale per la Medaglia. Dopo il passaggio di Trieste all’Italia e l’avvento del fascismo, il suo nome venne italianizzato in Asco e la sua figura venne accostata al più giovane Marcello Mascherini, di cui fu amico prima che maestro. A Trieste realizzò le figure a bassorilievo per il coronamento della Stazione Marittima e per la Capitaneria di Porto, mentre assieme a Mascherini, ma sempre con interventi individuali e stilisticamente contrapposti, completò le statue di giuristi romani sul palazzo del Tribunale e i bassorilievi sul nuovo portale del cimitero triestino di Sant’Anna. Sempre nel camposanto si rese protagonista della realizzazione di numerosi monumenti funebri, tra cui vanno menzionati il sepolcro Salvadori, Grego e Ceretti, quello per il musicista Visnoviz e la cappella votiva per la famiglia De Rosa-Poniz. Nei primi anni Trenta abbandonò Trieste per approdare a Milano, ove divenne uno dei principali artefici della decorazione scultorea del Cimitero Monumentale di Milano con numerosi interventi, tra cui vanno ricordati almeno il monumento alla famiglia Borrani, la cappella Canto e i lavori per le famiglie Rota, Frada e Pozzi-Paganelli in cui reinterpreta la figura isolata della dolente. Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1941, si ritirò in un lungo isolamento dal quale uscì con l’esposizione triestina del 1949. Personalità schiva e artista isolato nel tumulto artistico del dopoguerra, compì, nella sua città natale, la figura della Vergine dorata sulla sommità della colonna di Piazza Garibaldi. Si spense a Trieste, ai margini della cronaca, nel 1970″.

Nota 3
A dire il vero il sindaco Bartoli dovette rinunciare alla sua presenza alla cerimonia causa malattia, ma le cartelle del suo discorso furono lette da chi lo rappresentò alla cerimonia.

Nota 4

La statua fu costruita una volta raccolto il denaro. In tempi più recenti (2016) prima si fa costruire la statua e poi si apre una sottoscrizione. Dispiace che sia proprio di mons. Santin questa statua in quel di Monte Grisa a chiedere i soldi dopo essere stata costruita. Chissà cosa egli dice da lassù in merito a questi discutibili modi di operare.

La mia Trieste, 9 novembre 2016