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Le Foci del Timavo

La zona delle Foci del Timavo non è meta molto frequentata. Nè dai triestini e neppure dai turisti.
Eppure ha un suo fascino esclusivo e la possibilità di belle passeggiate tra la zona della Chiesa (cui sarà dedicatoun apposito articolo)  ed il Villaggio del Pescatore che è altro punto molto tranquillo e gradevole.
C’è lo stradino (percorribile anche in macchina fino a un certo punto partendo dal Villaggio del Pescatore) che costeggia uno dei rami del Timavo e c’è il sentiero Bratina che sfiora in certi punti la strada romana che congiungeva Trieste ad Aquileia (1)
I triestini non ci vanno perché non è nelle abitudini andarci. Già Pietro Kandler nel 1700 aveva notato questa strana freddezza nei confronti di questo posto (2)
I turisti non ci vanno perché arrivano a Trieste usando l’autostrada e se non c’è una guida turistica che ne parla come scoprire questo posto? E le guide che ho consultato raramente ne parlano.
Eppure il nome Timavo ha una sua fama e tutti ne sanno qualcosa. Questo misterioso fiume che scorre sotto terra e poi, vicino al mare, esce per incontrarlo. (3)

Fino a quando non ho più e più volte visitato questo posto per scrivere queste poche righe non mi ero soffermato sul nome al plurale. Foci e non foce.
Non è per un generico riferirsi alle tante polle che caratterizza quasi ogni sorgente d’acqua, bensì a tre distinti punti della zona dove, in tante polle sgorga,  limpida e chiara, l’acqua dalla profondità del terreno.
Dunque corretto dire Foci perché i punti di uscita sono 3 e danno vita per un buon tratto a 3 distinti percorsi naturali seppure paralleli ed ora anche imbrigliati in argini di cemento.

Nè si sa se anche sottoterra il fiume sia così bizzoso da scegliersi percorsi diversi, magari contigui, scavando nella roccia buchi che poi diventano tunnel, per sostare un po’ in bacini sotterranei, per raccogliere altra acqua che arriva da qualche altra parte e così ingrossarsi, divenire forte,  per cercare alfine una uscita al sole, alla tranquillità di un lento e pacifico scorrere verso il mare.
Dove se non qui, in queste nostre terre piene di percorsi difficili e sofferti, di scelte talvolta drammatiche del dove andare, di confluenze (di popoli), di uno stare assieme, ma separati, di mete ambite e di una vocazione che, dimenticando tutto questo percorso difficile,  che da lontano parte e la cui storia non è ancora chiara (cioè una storia condivisa),  aspira al benessere ed alla tranquillità.
Sì, proprio, esattamente come il corso di questo fiume tortuoso e sofferto nel suo cammino sotterraneo salvo poi un “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. (4)

E già …. Dante. Il Timavo e queste zone riportano anche a Dante ed alla tradizione che vuole che il Divin Poeta in esilio, sia stato da queste parti e qui si sia anche ispirato per certi versi della Divina Commedia . Si dice anche che la sua firma sia tra quelle di una grotta chiamata appunto “Grotta dei nomi antichi”.
C’è poi nei pressi di Postumia una grotta che ha una targa dedicata al sommo poeta che lì si sarebbe fermato nel 1319 (5)
Chissà com’erano le foci del Timavo a quei tempi e anche prima quando gli antichi romani giravano da queste parti.

Nove erano i rami e non i tre attuali che scendevano al mare. Cosi dice nell’Eneide il poeta Virgilio vissuto nel primo secolo a.C. (6).
Ma già il geografo Strabone vissuto a cavallo dell’anno zero parla di sette rami.
Ed anche il suo  contemporaneo poeta Marziale negli  Epigrammi parla di sette, salvo poi trovare il vescovo di Aquileia, San Paolino, che al tempo di Carlo Magno verso l’anno 800, forse prendendo per buono ciò che aveva scritto Virgilio, parla nuovamente di nove rami…….
Ed a sette fa riferimento Rapicio, vescovo di Trieste nel 1500.
Un primo consuntivo di studiosi che hanno parlato del Timavo lo fa il Kandler ed ovviamente è un consuntivo che si ferma ai suoi tempi (metà del 1700) (7)
Nella seconda metà dell’800 l’eclettico console inglese Richard Burton (8) parla di 4.
A sorpresa, di 4 rami parla nella recentissima pubblicazione del 2011 Annalisa Giovannini in “La voce dell’acqua” uscita con il contributo del Comune di Monfalcone e altri enti.
Danza di numeri forse anche perchè nella realtà i rami più grossi sono 3 e gli altri erano secondari, quindi più soggetti a facile sparizione o a riapparizioni in periodi di grande abbondanza di acqua. E anche il mare nel corso dei secoli, come ovunque, talvolta  porta e altre volte riprende modificando fisionomia di foci e lidi.

I posti con grande quantità di acqua e a maggior ragione se provenienti da un fiume sotterraneo, hanno dato luogo in età preromana e poi romana (9) a culti di divinità. Sacro il fiume (le sorgenti del fiume) e anche il luogo.
E qui, alle Foci del Timavo, l’archeologia ha fatto emergere le tracce del culto di divinità sia greche come Diomede, Diana (quest’ultima citata dal solo Kandler) sia romane come Saturno, Spes Augusta ed ovviamente al dio Timavo. Fiume elevato dunque a divinità. (10).
La sacralità si estende anche alla zona vicina. Poco distante la grotta del Mitreo (11) – già usata dall’uomo in periodo neolitico (7000 – 3500 a.C.) – dove si sono trovate tracce del culto al dio Mitra, una divinità della religione persiana; divinità poi “romanizzata”.

La conoscenza di un fiume sotterraneo parte da lontano ed esso è stato prima linea di confine di antichi popoli. Tra Istri e Eneti, poi tra Istri e i Carni che avevano scacciato gli Eneti e poi tra Romani e Istri. (12)
Il greco Posidonio, filosofo, geografo, erudito, grande viaggiatore annota che le acque delle foci del Timavo provengono dall’acqua precipitata dentro una grande grotta.
Geniale intuizione e siamo nel primo secolo a. C. (13)
Molto tempo dopo (1500) il religioso Pietro Imperati sostiene che il Timavo è la continuazione del fiume Reka.
Anche il cartografo Mercatore (Kremer) in una carta di fine 1500 parla di continuità del fiume Reka con il Timavo.
Poi gli studi del naturalista Cluverio che anche lui conferma l’esistenza di un solo fiume (inizi 1600).
Poi quelli di tale G.F. Bianchini – e siamo nel 1700.
A metà 1800 l’ingegnere minerario Anton Friedrich Lindner assieme a suoi collaboratori trova ed esplora l’abisso di Trebiciano dove nel fondo scorre il Timavo.

Ma il grande studioso del Timavo è Eugenio Boegan, naturalista cui è dedicata una via vicina all’Orto Botanico.
Egli osservò che la quantità di acqua che fuoriesce alle foci del nostro fiume è molto più elevata di quella che entra nelle grotte di San Canziano. Questo lo portò a esplorare tutto ciò che i mezzi del suo tempo (a cavallo tra le 2 grandi guerre) gli consentivano. Per anni continuò a discendere nella grotta di Trebiciano che è una delle “finestre” dalle quali è raggiungibile, dall’altopiano del Carso, il fiume che sotto scorre.
Molto di quello che Boegan ha scritto è andato perso compresa una monografia interamente dedicata al Timavo.

E poi tante esplorazioni di speleologi fino alla recente iniziativa chiamata “Timavo System Exploration” promossa dalla Società Adriatica di Speleologia (Sas) in collaborazione con  altri vari Enti e che ha portato per 4 anni (dal 2013 al 2016) un gruppo di esperti francesi a cercare, soprattutto nell’Abisso di Trebiciano e in quello dei Colombi, risposte ai mille interrogativi su come funziona questo fiume.
Per avere un piccolo assaggio di questa elevata complessità che non è il semplice letto di un fiume che scorre sotto terra, consiglio di leggere l’articolo al seguente link:
http://www.triesteprima.it/cronaca/speleologia-timavo-esplorazioni-speleosub-francesi-02-settembre-2016.html

Tutte queste esplorazioni utilizzano sempre le cosiddette finestre, ossia quelle grotte che scendono in profondità e nel cui fondo scorrono le acque del nostro fiume.
Sul numero esatto di queste finestre c’è negli scritti disponibili in internet grande confusione. Si parla di 3 ed anche di 12. Quelle più importanti sono senz’altro l’abisso di Trebiciano. l’Abisso dei Serpenti, la Grotta del Lago, l’abisso dei Colombi che è – quest’ultimo – in prossimità dell’uscita al sole del fiume Timavo e quindi qui, in nota, se ne dà indicazione ed anche come arrivare al suo imbocco. (14)

Indipendentemente dalle intuizioni e studi sul fiume Reka-Timavo di cui  sopra, va ricordato che la zona del Timavo era ben conosciuta in antico. Porto e, in epoca delle conquiste romane, punto strategico per navi e milizie. Lo storico Tito Livio narra che nel “lacus Timavi” confluirono verso il 130 a.C. numerose navi per la guerra contro gli Istri.
La morfologia del posto doveva essere a quei tempi abbastanza diversa dall’attuale proprio perché si parla di questo lago e anche di 2 isolette che sarebbero state parallele alla costa.
Ma non solo la conformazione del territorio bensì molto diversa anche la presenza dell’uomo con insediamenti abitativi, attività commerciali, produttive e di pesca. Gli scavi fatti a più riprese hanno portato alla luce molto vasellame anche risalente al VII secolo a. C. e poi anfore, utensili, tracce di sepolture e soprattutto di ville romane di gran lusso e di una “mansio” che si trova dentro il vasto terreno delle pompe dell’acquedotto Randaccio (venendo da Trieste subito dopo il bivio del Vallone di Gorizia sulla destra) (15)

E poi,  a comprova di questi insediamenti di ricchi patrizi,  la presenza di terme di cui gli antichi romani erano molto ghiotti.
Terme antiche e che hanno avuto vita travagliatissima. (16) con continue distruzioni per invasioni e guerre. E poi ricostruzioni talvolta anche di brevissima durata come quella iniziata nel 1939 e terminata l’anno dopo.
E qui mi viene in mente quello che ha scritto Ruggero Callegaris, grande studioso del Carso: “ … Questo primo lotto fu effettivamente realizzato ed inaugurato il 9 maggio 1940. Solo un mese dopo scoppiava la seconda guerra mondiale, destinata a portare nuova distruzione anche alle Terme ed a far sorgere nel popolo una credenza che collega ogni ripristino di quei bagni termali al conseguente scoppio di tremendi eventi bellici.” (17)
Credenza esistente se mio nonno, uomo di grande cultura umanistica, nel mentre si passava da quelle parti in treno per andare verso Gradisca o Gorizia mi diceva che era meglio evitare le foci del Timavo e la chiesa perché portava “pègola.”

L’abbondante scorrere di acque non poteva non indurre alla costruzione di mulini in varie epoche. (18) Si parla di uno del XV secolo, poi di altri nei secoli successivi e molti di proprietà dei principi  Thurn und Taxis di Duino che dall’attività molitoria ricavavano gran parte delle loro rendite. E ciò rese molto difficile e lunga negli anni la trattativa iniziata ai tempi di Maria Teresa per il passaggio di tutta la zona delle foci al Comune di Trieste quale bene di eminente interesse pubblico stante la questione dell’approvvigionamento idrico della città. Gli ultimi atti formali di questo contenzioso portano la recentissima data del 1954.
In una cartina del 1818 del Catasto Franceschino si vedono indicati 3 mulini.
L’ultimo, il Molino Novo, – grande edificio alto quasi come il campanile della vicinissima chiesa – fu distrutto nel corso della prima guerra in parte dai bombardamenti italiani e in parte da quelli degli austro-ungarici. Due popoli uniti nella distruzione di cose e uomini.

La guerra. Sì, è incredibile che anche questa zona così idilliaca (19) sia stata teatro di conflitto nel corso delle due grandi guerre, specie della prima quando molto il fiume si è tinto di rosso..
Il monumento Lupi di Toscana con i 2 lupi sulla roccia che si vedono sulla destra in direzione Trieste fanno da testimoni a tragiche vicende.
Maggio 1917, la cosiddetta Decima Battaglia dell’Isonzo ha alcune sue fasi proprio nella zona del Timavo (20). Fasi sulle quali c’è ampia discordanza su come esattamente avvennero i fatti.
Gli italiani nel corso di battaglie che partendo da Gorizia avevano interessato zone lungo l’Isonzo e lungo il Vallone erano arrivati nei pressi delle terme (quindi tra le foci e Monfalcone).
Chi ebbe l’idea di spingersi da lì verso est cioè in direzione Duino e per quali motivi?
Il maggiore Randaccio comandante della brigata soprannominata ”Lupi di Toscana” ricevette l’ordine e secondo altri fu lui a insistere presso i suoi superiori per una spedizione oltre il Timavo al fine di conquistare una collinetta (quota 28) definita strategica. Ma secondo altri l’obiettivo dell’impresa era arrivare al castello di Duino e lì issare il tricolore affinché fosse visto da Trieste.
A suffragare bene la secondo ipotesi la presenza con il grado di capitano di Gabriele D’Annunzio, persona cui erano care queste imprese dimostrative. Ma invero qui c’era poco da far vedere – cioè il tricolore – stante la distanza tra Trieste e Duino.
Forse a D’Annunzio, che era orbo di un occhio, questo era del tutto sfuggito.
Attraversare il Timavo, di notte per non essere notati, era impresa assai ardua tanto che all’alba le truppe italiane che ancora erano impegnate nel difficile attraversamento del Timavo, divennero facile bersaglio da parte delle truppe austriache disposte sulle prime alture dietro San Giovanni. E anche questa consistente presenza del nemico, il D’Annunzio non aveva veduto nel corso di una ricognizione aerea che aveva fatto qualche giorno prima.
Un massacro. Randaccio viene ferito a morte. D’Annunzio che era con lui si salva e darà poi la colpa alla brigata Trapani che era assieme alla brigata comandata dal Randaccio accusata di essersi data alla fuga anziché combattere. Colpa poi esclusa da una commissione d’inchiesta riabilitando quindi la memoria della brigata Trapani.
Ma ormai Randaccio era divenuto – per il “regime” da poco subentrato – un eroe che si era immolato per la patria e nessuno, illo tempore, era interessato a far luce sulla temerarietà di questa impresa costata la vita a tanti uomini e sulla quale – sembra – persino i suoi superiori nutrissero seri dubbi su fattibilità e utilità. (21)

Proprio al bivio con il Vallone ci sono più monumenti e targhe.
Sulla roccia che ora porta i 2 lupi c’è dal 1930 una iscrizione voluta dall’arch. Berlam con i versi dell’Eneide che riportano al Timavo.
A fianco c’è una piccola roccia con dedica al maggiore Randaccio.
Sopra la roccia con i versi di Virgilio nel 1938 furono posti 3 lupi in bronzo a memoria del sacrificio dei Lupi di Toscana. Abbattuto – non è chiaro da chi – alla fine della seconda guerra venne ricostruito con 2 lupi ed inaugurato nel 1951, proprio in un periodo molto delicato per Trieste. (22)
Sempre su questa roccia, ma in posizione difficilmente visibile stante la statale, altra targa apposta nel 1964 a ricordo dei Lupi di Toscana (23) mentre dall’altra parte della strada e visibile solo da chi va verso Trieste un monumento molto semplice con enfatica iscrizione “Rispettate il campo della morte e della gloria”.

E anche la seconda guerra è passata da queste parti, ma più per errore che non per strategie belliche. I vicini cantieri di Monfalcone furono a più riprese bersaglio dei bombardieri degli alleati e tante bombe caddero anche in tutta la zona del Timavo spesso non esplodendo ma affondando nel terreno paludoso.
Ed ancora altro materiale bellico lì gettato nel 1954 dagli alleati in partenza.
E comunque la parola fine di questo periodo di guerre è avvenuta a giugno 2011 quando qualche migliaio di ordigni bellici ritrovati nella zona sono stati fatti brillare con una operazione durata più giorni.

Il Villaggio del Pescatore pure lui riporta alla guerra o meglio alle vicende post 1945.
Esso è sorto nei primi anni ‘50 per case di profughi venuti dall’Istria e Dalmazia, perlopiù pescatori. L’inaugurazione ufficiale nell’ottobre 1952 alla presenza del sindaco Bartoli (come è noto di origini istriane) e con il dono di un pilo portabandiera da parte di Venezia a voler ricordare come il posto fosse stato per un certo periodo sotto la Repubblica di Venezia che,  su una delle due isolette che erano davanti alle foci,  fece costruire un forte, ma soprattutto per ricordare che i nuovi abitanti venivano dalla “veneziana” Istria. (24)
Assente alla cerimonia il sindaco di Duino per protesta contro questo insediamento.
La scelta del sito ove ospitare gli esuli, fu infatti molto sofferta (25) stante anche la presenza nel Comune di Duino di molta popolazione slava. Ed è noto che gli esuli istriani fossero visti dalla sinistra triestina e dalla comunità slava come fascisti e ingrati verso il regime di Tito. Un regime che con tasse altissime messe sulle attività di pesca aveva costretto tutti a lasciare le terre natie.
Anche il proposto nome di Villaggio San Marco, nome che andava a ricordare i legami con Venezia, fu dal Comune di Duino negato, imponendo quello molto più anonimo di Villaggio del Pescatore.
Un inizio con poche case, piccole, malsane, super affollate ed in terreno molto paludoso e pieno di zanzare. Oggi il Villaggio del Pescatore vive sulla nautica, su ormeggi e cantieri di riparazione. Ma dopo aver tentato con scarso successo tante altre imprese produttive. Una peschiera per la tratta dei cefali che da subito ha mostrato i suoi limiti, un retificio ottimo ma presto messo fuori mercato dall’avvento del nylon, una fabbrica del ghiaccio che ebbe subito concorrenza con altre della zona.
A dare una svolta decisiva al problema occupazionale è arrivata la Cartiera Burgo che ha assunto personale della zona.

Ed infine ritorno all’acqua, alle sorgenti, alle polle che increspano più o meno forte lo specchio che si forma naturalmente allo sgorgare di tanta acqua.
Tanta acqua a legittimare quel ”fonte e madre del mare” detto dal geografo romano Strabone nei primi anni dell’era cristiana il quale riteneva che il mare Adriatico avesse origine tutta dal Timavo.
Tanta acqua a legittimare anche il nome di San Giovanni – e relativa Chiesa San Giovanni in Tuba – che riporta a Giovanni il Battista e al battesimo che acqua utilizza.
Sì, invero tanta acqua perché anche il fiume Isonzo proprio qui aveva a suo tempo la foce prima che le grandi mutazioni avvenute nel VI secolo d.C. spostassero il suo sbocco nel mare più a ovest, oltre a Monfalcone, nell’insenatura di Panzano.
E anche ed ancora il Locavaz che oggi in percorso sotterraneo arriva dal lago di Pietrarossa (nei pressi di Doberdò) e si riversa nel canale dietro la Cartiera Burgo.
Come tanti anch’io a lungo ho pensato erroneamente che quel bacino di acqua che si vede transitando con il treno nei pressi del Lisert fosse Timavo. Ed invece è altra acqua, con altra composizione e caratteristiche e trova origine nel lago a 2 km in direzione nord – ovest.

Inevitabile pensare a questa acqua per rifornire Trieste che dai tempi dei romani ha sempre avuto il problema degli acquedotti.
Ma il percorso del Reka-Timavo è troppo lungo per poter garantire che nel suo lungo viaggio non incontri sopra la sua testa discariche sì da inquinarlo. Per moltissimi anni una fabbrica in Slovenia ha scaricato i suoi veleni nel Reka inquinandolo seriamente.
Oggi, dopo che quella fabbrica particolarmente inquinante è stata ristrutturata da una azienda italiana che l’ha acquistata, l’acqua del Timavo è usata solo come sussidiaria nei periodi di carenza di acqua.
La giusta scelta del Comune di Trieste è stata di creare un acquedotto che attinga da profondi pozzi lungo l’Isonzo.
Nella zona del Timavo e precisamente subito a destra venendo da Trieste dopo il bivio del Vallone c’è l’impianto – il cui nome è dedicato al maggiore Randaccio di cui prima si è detto – di filtraggio e pompaggio dell’acqua nella grande condotta che porta a Trieste, mentre imboccando il Vallone, dopo qualche km, un viottolo a destra porta alla Torre Piezometrica (con funzione regolatrice della pressione nella condotta) di Dosso Pietrinia del 1973 , ben visibile – come quella di Sistiana – da lontano.

Acque imbrigliate. Quella del Timavo scorre invece libera dalle profonde cavità carsiche per il piacere di vederla giù nelle “finestre” delle grotte, per il piacere di ammirarla verde nel verde della vegetazione delle foci e per il piacere di una sfida che da secoli d,ura,  se l’uomo è più bravo a scoprire i suoi segreti o lui a nasconderli.

Ringrazio l’associazione speleologica Flondar per il supporto datomi per alcune parti di questo articolo.

Nota 1
Il sentiero Bratina si può imboccare da varie parti. La più semplice è partire dalla Chiesa, andare verso il masso con sopra i Lupi di Toscana. Lasciarsi sulla propria sinistra questo masso e scendere per un viottolo in parte reso meno sconnesso da alcune gettate di cemento. Alla fine di questo viottolo (una cinquantina di metri) si apre una radura che ha alla propria sinistra uno stradino. Quello è sentiero Bratina che fa un giro tra i 2 e i 2 km e mezzo per tornare al punto di partenza.
Percorrendo il sentiero si ha anche la possibilità di vedere alcuni solchi (è quanto rimane dopo 2000 anni di una strada) della via per Aquileia. Uno è a circa 250 – 300 metri dall’inizio dello stradino e sulla sua sinistra. Ma ormai, stante la vegetazione è difficilissimo riuscire ad individuarlo.

Nota 2
Certamente non v’ha alcun iniziato da breve nella geografia che ignori il nome del misterioso Timavo, ma si può dubitare che le notizie di quel fiume sieno o propagate o gradite e che la curiosità generale spinga a farne indagine”
Pietro Kandler; Per nozze Guastalla-Levi. Discorso sul Timavo, Tipografia del Lloyd Austriaco, Trieste 1864

Nota 3
Metto in questa nota alcune notizie più a beneficio di chi non è di Trieste o della zona e quindi poco sa di questo fiume, salvo il nome e che è sotterraneo.
Il fiume nasce in Croazia vicino al monte Nevoso e percorre una cinquantina di km in territorio sloveno attraversando la valle dei Mulini alimentato da tanti piccoli corsi d’acqua che scendono dalle montagne. E fino a qui è normale amministrazione per qualsiasi fiume che man mano s’ingrossa.
Ma questo fiume che in quel tratto porta il nome di Reka, arrivato alle Grotte di San Canziano, si inabissa dentro voragini che inghiottono tutta l’acqua portata dal fiume.
E cosi per circa 38 km viaggia sottoterra ed in modo tortuoso a varie profondità sì da rendere la ricerca dell’esatto tragitto molto difficoltosa. Molto si sa ma altrettanto non si sa.

Nota 4
Dante, ultimo verso dell’Inferno.

Nota 5
Queste notizie provengono dallo studio del goriziano Maurizio Tavagnutti, speleologo dal 1969 ed esperto di carsismo.  In particolare dal suo libro “Giovanni Fortunato Bianchini e le prime ricerche sul Timavo sotterraneo nell’antica Contea di Gorizia”

Nota 6
“Antenor potuit mediis elapsus Achivis Illyricos penetrare sinus atque intima tutus regna Liburnorum et fontem superare Timavi, unde per ora novem vasto cum murmure montis it mare proruptum et pelago premit arva sonanti. Hic tamen ille urbem Patavi sedesque locavit Teucrorum et ….”
Traduzione: ” Antenore sfuggito agli Achivi potè penetrare i golfi illirici e superare sicuro gli interni regni dei Liburni e la fonte del Timavo, da cui per nove bocche con vasto frastuono del monte giunge il mare scosceso e rompe i campi con massa ruggente. Qui almeno egli stabilì la città di Padova e le dimore dei Teucri e …”
Eneide , Libro I

Nota 7
Kandler nel suo già menzionato studio (vedi nota 2) fa un lungo elenco di poeti, storici, geografi che del Timavo hanno parlato. Riporto qui l’inizio del lungo elenco che ha nomi abbastanza noti ed altri ormai persi nella dimenticanza. Posidonio, Polibio, Strabone, Plinio, Tito Livio, Cornelio Nepote, Virgilio, Marziale e seguono – ma faccio grazia al lettore dell’elenco completo – altri 46 nomi. Elenco che il Kandler dice di essere incompleto. Invero si potrebbe aggiungere quello di Giovanni Candido, giurista udinese della metà del 1500, che molto ha descritto il lacus Timavi.

Nota 8
Richard Burton, console inglese a Trieste, primo traduttore del Kamasutra in italiano, si dice essere stato stravagante nei suoi gusti sessuali, moglie bigotta che dopo la morte del marito distrusse buona parte dei suoi scritti.
Studioso di molte discipline. Nel 1881 ha scritto un libello sulle Terme Romane di Monfalcone intitolato “Aqua dei et vitae” attingendo per il titolo ad un motto della zona riferito alle Terme.
Il Kandler così scrive nel suo libro sul Timavo citato alla nota 2 “ Grande celebrità venne al Timavo dalla termale che sgorga … la quale apparve meravigliosa per le origini, per la sanità recuperata così che a quell’aqua dissero: Aqua di Dio e di vita”

Nota 9
“Con l’avvento del cristianesimo e nel corso del medioevo il mondo sotterraneo non è più luogo di residenza delle potenze divine ctonie ( ) preposte alla rigenerazione della natura ma diviene sede delle entità diaboliche e dei percorsi diretti verso gli inferi. Nell’immaginario popolare la grotta diviene passaggio verso l’inferno e pertanto deve essere custodita dalla santità dell’Arcangelo.
San Michele è detto anche ”principe delle acque” e spesso è associato alle fonti galattofore e ai culti preposti alle nascite, al latte e alle capacità nutritive delle donne. Si tratta di un aspetto terapeutico e magico-religioso legato allo stillicidio delle grotte, che si inerisce nel più vasto fenomeno, diffuso in tutta Europa, della venerazione delle fonti … “
Salvatore Bianco “ Il culto delle acque nella preistoria”

Nota 10
Che per gli antichi romani il Timavo fosse una divinità è comprovato da una dedica del console Caio Sempronio (sic) Tuditano al dio Timavo per ringraziarlo della vittoria sui Giapidi: Temavo voto suscepto”

Nota 11
Alla grotta si arriva seguendo il seguente percorso da farsi con buone pedule:
imboccare la strada del Vallone. Dopo 50 metri sulla destra piccola via asfaltata che porta alla chiesa (non quella di San Giovanni in Tuba). Lì lasciare la macchina. Dal retro della chiesa si va in direzione dell’autostrada che si oltrepassa tramite una piccola galleria e si tiene la destra procedendo dunque nella direzione di Trieste avendo alla destra l’autostrada e alla sinistra la linea ferroviaria.

Nota 12
Cosi scrive Pietro Kandler nel suo libro dedicato al Timavo, alla sua storia e con dettagliata descrizione dei luoghi “Per nozze Guastalla – Levi . Discorso sul Timavo” 1864

Nota 13
Della straordinarie capacità di uomini della civiltà ellenica è difficile non stupirsi.
Posidonio calcolò la circonferenza della terra in 28.000 km e un secolo prima cioè nel 200 a C. Eratostene calcolò la distanza in 39.700 km sbagliando dunque di un soffio quella vera.

Nota 14
L’Abisso dei Colombi è facilmente raggiungibile. L’inizio del percorso è come detto nella nota 11.  Subito dopo il tunnel che passa sotto l’autostrada si risale per pochi metri e si imbocca sulla sinistra un piccolissimo sentiero di pietre lasciando che l’altro sentiero più grande stia a destra.
Percorsi circa 70 passi su questo sentierino si nota un palo di legno (telegrafo ?) e lì si punta a destra nell’erba che spesso si vede calpestata. A 5 /8 metri e sulla sinistra si notano dei paletti rossi che delimitano la cavità Pozzo dei Serpenti.
Io l’acqua non l’ho vista e neppure sentita, ma sicuramente c’è. Basta essere uno speleologo e …. calarsi.

Nota 15
Stante l’ampiezza di questa villa con più di 40 vani e la sua posizione in prossimità di importanti vie, è accreditata l’ipotesi che si trattasse di una “mansio”, ossia di un punto di riposo per i viaggiatori.
E se così è,  mi parrebbe un hotel a 5 stelle stante gli affreschi di molte stanze nonché impianto di riscaldamento a pavimento e a parete alimentato da una caldaia.
Risale al I secolo a.C ed  ha funzionato fino al III o IV secolo dopo C.

Nota 16
Le Terme di Monfalcone hanno avuto fasi molto alterne. Hanno funzionato fino alla distruzione di Aquileia nel 400 e poi morte per mille anni. Riaperte nel 1400 dai veneziani sono state distrutte durante le invasioni turche e poi dagli uscocchi
Un periodo felice c’è stato alla fine del 1800 e fino alla prima guerra con frequentazione di ricche persone che alloggiavano perlopiù all’albergo posto nell’insenatura di Sistiana.
Distrutte durante la prima guerra e ricostruite a cura della famiglia Torre Tasso nel 1939.
Poi ancora distrutte durante il secondo conflitto
Dal 2014 le Terme hanno ripreso la loro attività.
La loro dislocazione è a circa 1 km dal Timavo in direzione Monfalcone.
Di queste terme parla Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia ed il poeta Marziale nei suoi Epigrammi (entrambi verso la fine del primo secolo a. C.),

Nota 17
Ruggero Calligaris , 1990 – Le Terme di Monfalcone. Esplorazioni dei vani sotterranei.

Nota 18
Ancora il Kandler (ibidem) parla di luogo di pace e serenità sicché si diceva che ivi i lupi vivessero in armonia con i cervi e i cani da caccia non inseguissero le prede

Nota 19
Maurizio Radacich, “I Mulini di San Giovanni di Duino” a cura del Gruppo Speleologo Fondar – 2015

Nota 20
La decima battaglia dell’Isonzo inizia il 12 maggio e si conclude il 28 con un nulla di fatto salvo “qualche” morto. Per la precisione 44 mila (sic) italiani cui è giusto sommare i 70 mila austriaci. Per intenderci come se metà della popolazione della nostra città fosse morta in 2 settimane. E delle 12 battaglie chiamate “dell’Isonzo” la decima non fu nemmeno una delle più sanguinose. Anzi.
Le mete contese: Monte Santo, Monte San Gabriele, alcune zone dietro Gorizia, Monte Kuk, altopiano della Bainsizza

Nota 21
Una buona ricostruzione delle vicende alle pagg 112 – 117 de “Il Carso del villaggio San Marco di Duino” di Dario de Canedolo, Valentina Degrassi, Alice Sattolo. Pubblicazione a cura dell’Associazione Flondar

Nota 22
Il monumento del 1938, opera del prof Bolgiani.  di Milano, aveva 3 lupi di cui uno morente trascina in giù l’Austria-Ungheria. Venne distrutto secondo alcuni nel 1944 dalle truppe tedesche per recuperare il bronzo e secondo altri da partigiani durante i c.d. 45 giorni del maggio/giugno 1945.
L’attuale è stato realizzato dallo scultore Righetti ed ha 2 soli lupi, uno che guarda verso l’Hermada e l’altro punta verso il basso come a controllare il nemico.

Nota 23
Le Associazioni Lupi di Toscana
di Bergamo e Brescia e Milano
La Federazione grigio verde
di Trieste
sulla roccia del Timavo
sacra alla memoria e alle glorie
della vecchia brigata lupi
77° e 78° Regg. Fanteria
ricostruirono
al ricordo esempio auspicio”

Non può sfuggire come a tanti decenni di distanza gli animi non siano ancora pacati. La targa è stata messa dalle Associazioni Lupi di Toscana e Federazione grigio verde di Trieste ed essa cita solo i Lupi.
Ma lì a morire furono fanti delle 2 brigate impegnate cioè quella del maggiore Randaccio ( i c.d. Lupi) e la Brigata Trapani. Quest’ultima menzionata solo con un numero 78 che era il suo numero e che nessuno può sapere.
Ottimo “escamotage” per essere formalmente a posto con il testo di questa lapide. Formalmente.

Nota 24
Furono valutati vari posti sul Carso, ma scartati per non creare problemi di “coabitazione” in un territorio a prevalente composizione slava, mentre la zona delle foci del Timavo era molto più decentrata rispetto a  questa composizione etnica e vicina anche a Monfalcone. Ed inoltre anche al mare,  consentendo quindi più agevolmente l’attività di pesca a chi era riuscito ad arrivare in Italia con il suo peschereccio.
Su quelli più grandi anche taluni vi abitavano.

Nota 25
Sul cippo con il pilo portabandiera ornato da un leone alato, simbolo di Venezia,  si trova scritto ”Venezia ai pescatori esuli dall’Istria fedelissima”.

La mia Trieste, 16 Novembre 2017