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Scala dei Giganti

La vecchia Scala dei Giganti di ruvida arenaria grigia, che s’arrampicava a spin di pesce verso Montuzza vedeva giornalmente i due amici salire e scendere, tenendosi a braccetto, non di rado barcollanti, che andavano all’osteria canticchiando qualche motivo lirico”
I due amici sono – anzi erano – Toni Pinza e Calandròn, due personaggi tratteggiati, assieme a tantissimi altri, da Alfonso Leghissa nel suo “Trieste che passa” (1) e l’osteria un locale di via Delle Zudecche attaccata a piazza Goldoni.
Poche righe che ci testimoniano una scala – chiamata scala dei frati – esistente prima di quella costruita allorquando tutta la zona ebbe il suo ridisegno per il traforo della galleria Sandrinelli. Anche una foto presso i Civici Musei Storia dell’Arte del Palazzo Gopcevich lo conferma mostrandoci una ripida scala spostata a sinistra rispetto l’asse attuale di galleria e scala.
Questa vecchia scala in arenaria venne costruita poco prima della metà dell’800 con gradoni alti 50/60 centimetri, dunque poco adatta a comuni mortali e più a dei giganti.
Da qui il nome popolare di Scala dei Giganti mantenuto nel tempo e divenuto poi ufficiale e da non confondere con omonimo nome dato alla scalinata che dal cortile arriva alla loggia di Palazzo Ducale a Venezia. (2)
Di questa prima scala triestina parla il Generini nella sua preziosa opera sulla Trieste del ‘700 e ‘800 ( una Trieste fino al 1884, anno della pubblicazione del libro) più volte citata in questo sito (3)

Siamo ora nel primo decennio del ‘900. L’idea di passare sotto il colle di Montuzza per meglio congiungere zone di Trieste esisteva già da 50 anni. Ma fu il tram della linea n 1 a reclamare con forza questo percorso altrimenti molto più complicato sarebbe stato arrivare a San Giacomo e San Sabba, rioni, in quegli anni, in rapido sviluppo. (4)
Ma contemporaneamente si mise mano anche all’altro traforo per arrivare ai piedi della via San Marco e a tutta la zona dei cantieri e fabbriche.
Le cronache raccontano anche dei tempi necessari per questi lavori cosi imponenti.
La galleria Sandrinelli richiese ben …. 15 mesi di lavoro. Un battito di ciglia rispetto ai tempi cui noi siamo abituati per opere similari pur realizzate con tecnologie neppure lontanamente comparabili.

L’apertura della galleria esigeva un ridisegno completo della scala per salire a Montuzza. Gli arch. Ruggero e Arduirno Berlam, due artefici di tanta fondamentale architettura della Trieste primo novecento, ebbero l’incarico.
Il primo si occupò principalmente del disegno generale della scala con il suo ampio respiro che incornicia con due braccia l’imbocco della galleria. Il figlio Ruggero occupandosi più dei vari dettagli. Impostazione e dettagli fanno di questa scala un piacevolissimo riferimento in stile neoclassico dove sempre si è puntato e si punta lo sguardo mentre si transita per piazza Goldoni.

Viene in mente a questo proposito l’incredibile relazione dello Studio Stefano Santambrogio che illustra la sua ristrutturazione di Piazza Goldoni e dove si dice che il nuovo assetto della piazza valorizza la connessione con la Scala di Giganti. Come se prima del 2005, anno dei lavori in piazza Goldoni, la scala non fosse già punto di rilievo e interesse per chiunque passasse per la piazza. (5)

Bella la descrizione che della facciata ne fa Adriana Giacchetti in un suo intervento nella Guida Sentimentale di Trieste (6) dove parla dell’imbocco della galleria come di “ una bocca spalancata con una lingua grigia e lucida che riversa automobili, autobus e motorini…. Attorno alla bocca ci sono due rughe profonde, biancogrigie, le scalinate gemelle che salgono verso il colle .. “

Qui dunque inizia il viaggio con 76 gradini per arrivare al primo belvedere tramite le prime rampe di scale specularmente identiche e che abbracciano l’entrata della galleria. Uno spazio dal quale volgere un primo sguardo in giù verso il traffico e i palazzi e gli omini che si muovono e che man mano si salirà saranno sempre più piccoli quasi a sembrare formiche.
Di lato, a destra salendo, la piccola porta d’ingresso alla Chiesa Metodista. (7)  Stupisce che ciò che si vede di una chiesa sia solo una porticina che, anche per la targhetta minuscola “Chiesa Evangelica metodista – Messa alla domenica ore 10.30”, sembra voler mimetizzarsi all’occhio di chi sale o scende e lasciarlo libero di altro ammirare.
Per esempio l’abside proprio sotto il secondo belvedere con una panchina ricavata nella curva dell’abside e davanti pietre per uno specchio d’acqua con una fontanella centrale.
Ammirare anche i fanali in ferro battuto. Le sculture in pietra che rappresentano rane che lanciano dalla bocca zampilli d’acqua che poi, a rivoli, scende tra le pietre ai lati delle scale

Da questo primo belvedere diparte altra rampa che impone anch’essa – come per ogni tratto di scalinata dal basso della piazza fin su all’obelisco
– la difficile scelta se salire da … destra o da sinistra. Comunque sia in altri 57 gradini si arriva al secondo belvedere e alla via del Monte.

Da qui altra rampa, questa volta tutta dritta e semplicissima, di 50 gradini porta in via Capitolina. Alla base, in centro tra le due inizianti rampe di questo pezzo di scalinata, un abbozzo di altra fontana. Oggi è un piccolo, nascosto e grazioso antro tra pietroni e tamerici. (8)
Si incrocia qui la via Capitolina e qui in un certo senso termina la Scala dei Giganti.
Da qui a destra si punta verso il Parco della Rimembranza e San Giusto e a sinistra verso la Chiesa di Montuzza e piazza Sansovino.

Per chi è di Trieste qui spesso termina o inizia il viaggio perché la meta è solo via Capitolina e forse la macchina ivi posteggiata.
Per il turista c’è ancora un ultimo pezzo di strada fino alla stele e alla fontana che la circonda.
La fatica della salita è ripagata ampiamente dalla pace che si respira e resa più tangibile dal contrasto con il caos sottostante della piazza e delle vie che vi convergono.
E chi è attento ai dettagli, la fatica è stata ripagata anche dal percorso stesso della scala che, nei primi 2 tratti, non è un semplice susseguirsi di (faticosi) scalini, ma un attento lavoro architettonico che fonde l’impianto generale della scala con i tantissimi particolari uno più curato dell’altro.
Una ricchezza che oggi ancora di più contrasta con l’architettura squadrata della ristrutturata piazza, ma che invece bene si armonizza con il palazzo c.d. del Monte di Pietà, ma anche con la vecchia sede del Piccolo.

Quest’ultimo tratto, quello da via Capitolina alla fontana dell’obelisco, non ha molta storia.
Gradini in duplice filare di destra e sinistra e in mezzo verde di erba e bassi cespugli. Questo è o sarebbe lo spazio per la grande alabarda che compare e scompare a seconda delle scelte dell’amministrazione comunale di stanziare dei soldi per fare ma soprattutto manutenzionare le migliaia di piantine rosse e bianche e verdi che vanno a comporre il disegno.
Ora – 2018 – solo groviglio di arbusti.
Unica memoria presente della passata alabarda sono i cespugli più alti che, se uno osserva attentamente, delineano ancora la sagoma dello stemma della città. Giusta traccia nel caso si volesse ….
Vollero alcuni volontari nel 2015 ripristinare e fecero iniziale lavoro, ma il Comune (sindaco Cosolini) provvide a denunciarli.

Spettacolo non da poco può o potrebbe essere questa alabarda per chi dalla piazza transita con il naso all’insù – anche per rifuggire dalle brutture della piazza ristrutturata – ed ha lì in alto il grande e forte simbolo della città simile a quello che dà il benvenuto a chi dalla Costiera arriva a Trieste non appena passate le 2 gallerie di Grignano-Miramare.

Dunque il duplice filare di gradini porta all’obelisco. Sono gradini un po’ gradoni perché di altezza normale, ma con una la battuta di 50-60 cm. che costringe chi sale ad uno strano ritmo di passi.
Altri 69 per un totale dalla piazza all’obelisco di 252 gradini.
Chi sale dal lato sinistro e sia anche molto attento a tutti i particolari può notare che alla sua sinistra il verde prato sotto gli alberi è parte del grande spazio del Parco della Rimembranza che si estende invece sulla destra della scala.
Questi 2 piccoli triangoli di terra sono zona perlopiù dedicata ai caduti e dispersi in mare e dell’aviazione.

Alfine in cima.
E’ ben noto che questo obelisco fu messo in omaggio a Mussolini venuto in visita a Trieste nel 1938 per annunciare la promulgazione delle leggi razziali.
Ah quanto si potrebbe dire sulla scelta di Trieste come città per fare simile annuncio. Trieste in breve tempo da porta di Sion (9) a porta per Auschwitz.
Trieste, la città italiana dove più il tessuto sociale, imprenditoriale, culturale era permeato di ebraismo.
Azzeccata dunque – da quel (!) punto di vista – il partire proprio da Trieste per quella sciagurata impresa e qui lanciare un segnale forte.
Questo è il settembre 1938.
Un obelisco, un lavoro fatto di gran fretta né completato nel suo progetto originario e ritenuto provvisorio e cioè da togliere finita la visita. Ma ciò non avvenne. Forse proprio per questa provvisorietà ed incompletezza poco è legato a quella visita e quindi poco intriso di sangue.
Lì dunque è sempre rimasto passando indenne il passare della storia.

La base è una fontana. Molto semplice, ma con abbondanza d’acqua. (10)
Anche se qualcuno dice sia stata progettata dal Berlam ciò è poco probabile stante lo stile totalmente diverso da quello degli architetti Berlam.
Corretto dire che sia opera dell’Ufficio tecnico comunale su disegno dell’Ing. Vittorio Privileggi.
La sera getti d’acqua e obelisco tutto passano di colore in colore alternando il bianco, rosso e verde così come s’addice al Colle di San Giusto.

Per completezza va detto che la Scala ha avuto nel tempo varie opere di manutenzione. L’ultima, assai necessaria, quella varata con ufficiale cerimonia dal sindaco di Piazza a gennaio 2011 e inaugurata a settembre dal successore sindaco Cosolini.
I lavori hanno ridato l’antico splendore alla zona che bene si presenta anche nelle ore notturne con i fanali dell’epoca. (11).
La pulizia di ogni sito cittadino è qualcosa di variabile a seconda dei periodi e delle frequentazioni. Quasi sempre ben tenuta oggi – agosto 2018 – è piena di sporcizia ed immondizie. Gruppi di ragazzotti stazionano abitualmente spesso rendendo poco agevole il passaggio delle persone e lasciando lì bottiglie e lattine. Sicuramente a breve la situazione sarà altra (?)  (12)

A fine viaggio dalla cima della scalinata scendo senza fermarmi fino alla base. L’impressione è che la Scala dei Giganti sia lei stessa un gigante indipendentemente dalla grandezza dei gradini e da nessun punto di essa o della piazza Godoni è possibile averne visione completa.
Lineare ed ampia nei 2 tratti superiori. Raccolta ed intima nei 2 tratti inferiori.
Sull’arco di destra di imbocco galleria la doverosa citazione di ringraziamento verso chi questa opera realizzò.

Auspice il Podesta Scipio de Sandrinelli
questa galleria disegnò e condusse
Edoardo Grulis ingegnere.
La costruì Giuseppe Giachetti.
Ne decorarono fronte e scalea
R. e A. Berlam architetti”

 

 

Nota 1
Trieste che passa 1884 – 1914 di Alfonso Leghissa. Prima edizione 1955 a cura della Tipografia Fortuna. Seconda edizione 1971a cura Edizioni Italo Svevo.
Il sottotitolo dice ” Vita di popolo – Arti e mestieri – Industria e commercio – Usi e costumi – Tipi e figure – Scenette comiche popolaresche

Nota 2
Il nome di Scala dei Giganti riferita a Palazzo Ducale deriva dalle 2 statue al termine superiore della scalinata raffiguranti Marte e Nettuno. Si dice che le statue fossero realizzate così grandi dal Sansovino per sminuire la figura del doge che proprio ivi veniva incoronato.

Nota 3
“…. nell’anno 1838 fu costruita la scalinata volgarmente nota con il nome di Scala dei Giganti a motivo forse della soverchia montata dei suoi scalini, che la congiunse con Piazza della Legna [Piazza Goldoni N. di R.]. Fino a quell’epoca il versante del Monte della Fornace [Montuzza N. di R.] scendeva da questa parte al luogo dove ora trovasi il Palazzo Tonello… “
Trieste antica e moderna, E. Generini, 1884

Nota 4
Il primo tram della linea 1 con percorso da piazza Goldoni a San Sabba potè partire appena nel 1913 ossia ben 5 anni dopo l’apertura della galleria. Ciò a causa di complicate vicende tra Comune, il Ministero delle Ferrovie a Vienna, la Società triestina del Tramway (filiale triestina di una società privata con sede a Bruxelles). Alla fine il Comune la spuntò divenendo il gestore della linea 1 e di quelle successivamente create.
Capolinea della linea 1 era in via Silvio Pellico davanti la sede del Piccolo fino al giorno in cui i freni del tram non funzionarono bene e il tram finì violentemente contro i respingenti di fine corse il quel tratto in leggera discesa verso la piazza. Per questo motivo il capolinea fu spostato in piazza Goldoni .

Nota 5
L’unitarietà della piazza, resa frammentaria dalla presenza delle strade di attraversamento, viene ricercata attraverso il disegno delle pavimentazioni per integrare la piazza al contesto urbano, valorizzando le connessioni con la scala dei Giganti e con l’asse di via Mazzini che collega al mare.”
Dalla Relazione di Stefano Santambrogio progettista Piazza Goldoni

Nota 6
Guida Sentimentale di Trieste” a cura di Gabriella Musetti – Edizioni Vita Activa, 2014. Trattasi di libro tutto al femminile a 16 mani, tante sono le sensibili scrittrici che vanno a comporre questo mosaico.
Libro da non confondersi con quello di analogo titolo “Guida sentimentale di Trieste” di Bruno Coceani e Cesare Pagnini, Ed. Libreria Universitas, 1968.

Nota 7
Il culto evangelico metodista risale a Trieste alla seconda parte dell’800 per opera di tale Felice Dardi che molto si adoperò affinchè la chiesa avesse un suo luogo di aggregazione. Ottenne così alle soglie del ‘900 la cappella dell’ex cimitero evangelico di via del Monte. Chiusa l’entrata da via del Monte è rimasta quella sulla Scala dei Giganti

Nota 8
A proposito di questa (ipotetica) fontana il sito Gazzettino Friulano scrive che …“probabilmente ( è da addebitare a Berlam. Nota di R.) anche quella intermedia fra via del Monte e via Capitolina, una semplice vasca con un suggestivo fondale in arenaria che ricorda l’aspetto di una cava dismessa.”

Nota 9
Tra Ottocento e Novecento la città registra un flusso costante di ebrei in fuga dai pogrom dell’Europa orientale e della Russia e diretti in Palestina o nelle Americhe. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale è proprio Trieste il principale porto d’imbarco per Israele, tanto da vantare il titolo di Shaar Zion ossia Porta di Sion”.
Dal sito Trieste Ebraica.
Sono anni in cui a Trieste nascono in aiuto agli ebrei in transito un Comitato di assistenza, un patronato per i sussidi per i più bisognosi, un ospedale israelitico.

Nota 10
La vasca circolare ha un diametro di ben 13 metri in cemento levigato. Pentagonale è invece il corpo centrale che attornia da vicino l’obelisco. Alto un paio di metri ha 5 zampilli che puntano in alto. L’acqua ricadendo finisce nella vasca circolare.

Nota 11
I lavori sono consistiti in:
asportazione manuale degli arbusti,
trattamento con sabbia per riportare al colore naturale l’intera Scala
applicazione speciale lacca antiscritta e anti-imbrattamento
impermeabilizzazione delle vasche della fontana e ripristino originario dello scorrimento della acque
recupero dei gradini danneggiati
lavori sulla illuminazione

(notizie tratte dal sito Bora del 15 gennaio 2011)

Nota 12
Adriana Giachetti citata ad inizio articolo e con riferimento alla pubblicazione di cui alla nota 6 così scrive delle sue passeggiate notturne salendo la Scala dei Giganti.  “ Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo è un luogo isolato in cui mi sento sicura.”
Ma a contraddire questa opinione l’episodio avvenuto sulla Scala dei Giganti nel luglio 2017 con denuncia ed arresto di un afghano per violenza sessuale su una giovane ragazza.

La mia Trieste, 5 settembre 2018