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Libreria Antiquaria Umberto Saba

 

Mario Cerne è lì come lo vediamo nella foto qui sotto.

La Libreria Antiquaria Saba è infatti lui. Paradossalmente si potrebbe dire che la Libreria non esiste (più), ma esiste il suo proprietario che impersona la libreria stessa. Anzi è la libreria.
Cosi come curioso e per certi versi similare nella sua stranezza era, a suo tempo, che il punto di riferimento per il cliente o visitatore fosse non Umberto Saba, il poeta e proprietario della libreria, bensì il suo commesso, Carletto, padre di Mario Cerne. (1)
Era lui a intrattenere i clienti – definiti da Saba “strani clienti” – sentire le sue esigenze e servirlo. E per tutto il periodo in cui Saba dovette nascondersi per sfuggire alla persecuzione degli ebrei, anche fungere da proprietario (2)
Mario Cerne ora lo trovi lì, in piedi, spesso appoggiato al quadrato bancone centrale a pochi passi dalla porta d’ingresso.
Entrando è lui che lì funge da disponibile e gentile padrone di casa che accoglie e racconta, ma anche insormontabile barriera.
Tutto si svolge lì in quei pochi metri quadrati tra la porta e quel banco con pile di libri in ordine molto sparso sulle quali a lui viene comodo appoggiare un gomito e reggere meglio la fatica di tante ore di negozio.
Sulla destra tutta la parete è un lungo mobile-libreria; non già metallici o plastici scaffali da negozio che vende libri, ma un grande mobile di vecchio legno così come lo potresti trovare nello studio di qualche vecchio avvocato in qualche vecchio palazzo del centro. O in un museo.
Brilla, appoggiato ai libri – chè in nessun posto vi sarebbe posto per appenderlo – un quadro di finissima grazia che ritrae il negozio dall’esterno. (3)
A fianco anche la riproduzione del famoso ritratto a Saba fatto dal pittore triestino Bolaffio (4).

Di fronte all’ingresso altra parete di libri ed anche lì, appoggiato, un quadro, anzi la foto di un Saba ormai avanti negli anni, incurvito e la sua pipa.
A chi fotografa quella fotografia, Mario suggerisce di farla dal basso e in quel modo sul vetro del quadro appare riflessa e al contrario la scritta Libreria Saba che c’è in alto sul vetro della porta d’ingresso.
Su un bancone lungo la parete di sinistra anch’esso straripante di libri, v’è la macchina per scrivere usata da Saba nel suo lavoro di scrittore e libraio.
Ahhh le vecchie macchine per scrivere così come le auto da corsa nei musei riferite a piloti come Fangio o Nuvolari. Il mezzo per esprimere la loro arte, sia essa del correre sia essa dello scrivere: la Olivetti 22 di Indro Montanelli, la macchina di Ernest Hemingway, quella di Agatha Chirstie e quella di … Saba in questo posto dove il tempo si è fermato e poco o nulla han modificato quei bravi ragazzi che nel 2014 hanno spolverato, un po’ catalogato, un po’ sistemato il ligneo pavimento con un lavoro coordinato dalla Biblioteca Elio Crise.
“Tali operazioni – ha scritto la dott.ssa Francesca Richetti, Direttrice della Biblioteca Crise – hanno permesso di individuare il nucleo librario riconducibile direttamente al poeta: un nucleo sabiano di grande interesse sia dal punto di vista degli studi su Saba che da quello della libreria e, più in generale, del commercio librario e della vita culturale della città” (5)

A monte di questo lavoro un gran progetto per la conservazione di questo ingente patrimonio da parte delle Istituzioni svanito però nel nulla. (6)
Il tempo qui è davvero fermo da molti anni mentre, tutto attorno, negozi alla moda che per essere sempre alla moda cambiano nome, proprietario, immagine. Tutto in via San Nicolò si muove salvo al numero 30.

Dietro, in altra stanza, ancora son libri e scaffali e libri, ma è zona interdetta al visitatore, salvo quello abituale (ohhh ma perchè mi è venuto da scrivere “visitatore” ? Non sarebbe più giusto dire “cliente” perchè in un negozio entrano clienti e non visitatori. Che io forse mi sia sbagliato e questo sia poco negozio ed invece più museo o non sia più affatto negozio ma solo museo?)

Rammento di un giorno che, entrato nella libreria, trovai Mario Cerne più cupo del solito. Arrabbiato direi. Non ci volle molto a farlo parlare: alcune persone, entrate in negozio, erano “scivolate” senza chiedere permesso – ed anche fotografando – in quell’altra stanza che meno appare perché situata dietro la parete di libri che è proprio di fronte all’entrata.
Il passaggio verso quest’altro spazio non vuoto, ma inevitabilmente ricolmo di libri è reso meno agevole anche da una larga colonna sulla sinistra. E’ una delle 4 originali del palazzo. (7) Altre 2 sono nel negozio Rustia di via Mazzini che è proprio in corrispondenza con la libreria Saba ( si vedono anche dalle vetrine) e la quarta è nella gioielleria accanto alla libreria ed anch’essa è visibile dall’esterno.

Una ulteriore stanza ancora più in fondo. Non so di nessuno che vi sia entrato. Forse qualcuno sì, come ai tempi di Saba dove lì egli si ritirava per scrivere e nessuno lo doveva disturbare.
Forse è lì, su quella grande scrivania che un giorno ebbi modo di scorgere fugacemente, che Mario ha tutto ciò che gli serve per i contatti con un mondo esterno fatto di persone che amano il libro antico, lo collezionano, sanno di prime edizioni ormai introvabili che portano date del secolo scorso o di quello ancora precedente o ancora più in là.
E’ facile per un posto fermo nel tempo andare indietro nel tempo.
Amati libri vecchi che non hanno “il volto odioso del tempo presente”.

Amati libri, ma anche “antro oscuro” ed ancora “morti chiedono ad un morto libri morti”.
Dunque un chiaro oscillare tra amore e odio per la “sua” libreria.
Chissà, forse neppure Saba sapeva cosa voleva fare da grande.
Il poeta? Il commerciante? L’intellettuale sempre in discussione (8) con i suoi compagni di viaggio come Virgilio Giotti, Giani Stuparich, Bobi Blazen, Italo Svevo, Carlo Levi, Giovanni Comisso, Quarantotti Gambini. E tanti altri come il filosofo Giorgio Fano, Silvio Pittoni fratello del deputato socialista, il pittore Timmel, Guido Voghera matematico e musicista

In “Storia di una libreria” da lui scritto nel 1948 abbiamo uno scorcio della libreria (9) vista con i suoi occhi sofferti. Sofferti come la sua esistenza e pieni di contraddizioni.
Il pessimismo dell’ “antro oscuro,” ma anche il positivo orgoglio ”sono più fiero di questo che del Canzoniere; il Canzoniere fu un dono della natura, la Libreria è nata da un mio sforzo.”

Una strana bottega d’antiquario
s’apre, a Trieste, in una via secreta.
D’antiche legature un oro vario
l’occhio per gli scaffali errante allieta.

Vive in quell’aria tranquillo un poeta.
Dei morti in quel vivente lapidario
la sua opera compie, onesta e lieta,
d’Amor pensoso, ignoto e solitario.

Così in versi la racconta la sua libreria. Un raccontare cose – siano esse libreria o la città di Trieste nella omonima poesia – che forse è solo un raccontare se stesso.
Non possono non notarsi strane analogie di termini.
Strana bottega” come è lui strano. Questo aggettivo che è cosi ricorrente nei suoi versi (anche nella poesia “ Trieste” ) a chi si riferisce se non a lui che sa di esserlo e così si definisce spesso.
Via secreta” come è lui secreto che poco vuol apparire e lascia al fido Carletto le pubbliche relazioni.
l’occhio per gli scaffali errante allieta.” E chi è errante se non lui per le vie della città, con la sua pipa, l’occhio vigile e pronto a cogliere ciò che poi scriverà in prosa o in versi.
Vive in quell’aria tranquillo un poeta.” Ti aspetteresti di leggere  l’aggettivo “tranquilla” riferita all’aria ed invece il concetto dell’aria rimane mozzo e Saba passa direttamente a sé definendosi “tranquillo” come è stata la sua esistenza seppur sofferta.
Consapevole delle sue contraddizioni infila in uno stesso rigo “morti” e “vivente”proprio per enfatizzare ciò che secondo logica non potrebbe andare d’accordo.
E nei 2 ultimi versi sembra non farcela più con la finzione del parlar di una libreria ed onestamente ( e guarda caso l’aggettivo “onesta” qui compare) si mette a parlar di sé. E mette aggettivi e concetti usati negli ultimi versi della poesia Trieste con i quali parla della città. Ossia, ancora una volta, di se stesso.
Una visione di sé molto positiva: lavoratore onesto ed anche soddisfatto ”la sua opera compie, onesta e lieta”; sguardo proteso all’amore scritto con la A maiuscola “d’Amor pensoso”; pago del suo lavoro e non in cerca di fama “ignoto e solitario.”

Questa è la poesia dedicata alla sua libreria. A se stesso. Libreria che si identifica con il poeta così come oggi – più in piccolo e sottolineato nelle prime righe di questo articolo – Mario Cerne è la libreria stessa.

A fare il libraio Saba v’era giunto quasi per caso. Mosso da un interesse di speculazione commerciale, aveva acquistato la libreria nel 1919 da Maylander, ma con l’intenzione di rivenderla facendoci un guadagno. (10)
Le cose andarono però diversamente perchè “quei vecchi libri – nessuno dei quali m’interessava per il contenuto – mi avevano incantato”. E Saba fu così per tutta la vita, poeta e anche libraio.

Libraio di libri morti chiesti da morti ad un morto. (11)
Versi ironici ed autoironici. Quale poeta non è pessimista e non solo il poeta di Recanati. Ma non così, forse, Saba che resta in un punto di equilibrio ben consapevole che il tutto nero non ha fondamento e il tutto positivo è solo speranza.

Ed ora? – c’è da chiedersi. Quanto Mario Cerne, attuale devoto proprietario della libreria, si potrebbe identificare con i versi dei libri morti? Meglio non chiedere.
La storia della libreria di questi ultimi anni è intrisa di promesse costruite sopra un reale problema: dopo Mario Cerne non c’è nessuno e quel patrimonio non può vivere di vita autonoma.
Dunque quale futuro? Che il pessimismo possa ora, per la prima volta, farsi a ragione strada??
Nell’aprile del 2012 il Direttore Regionale del Friuli Venezia Giulia, al termine di un lungo iter, emana un decreto che attesta il valore storico particolarmente importante della Libreria Antiquaria Umberto Saba riconoscendola come “Studio d’artista” in quanto testimonianza della vita e dell’operare del poeta indicato da alcuni critici come il più grande del novecento italiano, luogo dove Saba ha vissuto, lavorato e composto molte opere; libreria ancor oggi conservata praticamente intatta, con molti libri e buona parte degli arredi originali e degli strumenti usati per lo svolgimento del lavoro di ogni giorno”.

Da questo importante riconoscimento prende avvio quel lavoro – molto parziale e del tutto incompleto – effettuato 2 anni dopo dalla Biblioteca Elio Crise di cui prima ho detto.
Ed altri 2 anni dopo (2016) ancora una riconferma istituzionale della importanza della libreria con l’intervento della Commissione Regionale del patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia motivandola “sia per il valore storico, sia in quanto vestigia significative, atte a far luce sull’itinerario culturale di Umberto Saba”
Importanti riconoscimenti che avrebbero potuto essere a fondamento di una decisione chiara e definitiva: la libreria – opportunamente ristrutturata ma salvaguardando il suo stato di “Studio d’artista” – diventa museo. Come abbiamo a Trieste il Museo Sveviano e il piccolo Museo dedicato a Joyce, nasce un museo dedicato a Saba.
Questa volontà politica è mancata. Anzi molta confusione si è fatta come gli annunci di uno stanziamento – mai avvenuto – da parte del Ministero Beni Culturali per gli anni 2014 e 2015 di 90 mila euro di cui 40 mila per il restauro dei libri e 50 mila per la struttura della libreria.
Sarebbe stato certamente intervento utile e preparatorio per il passaggio da libreria a museo.

Alla fine del mio articolo su piazza Oberdan mi sono chiesto “ma quanto Trieste ama Oberdan”.
Ora qui, ancora più brutalmente, (mi) chiedo: quanto Trieste ama Umberto Saba.
Saba ha amato profondamente Trieste come nessun altro scrittore triestino. Io ne sono convinto. Un amore però scontroso, schivo proveniente da un uomo strano, pensoso.
Non facile da capire questo amore cosi poco canonico.
Ed ancora: Saba, ebreo e commerciante. E poi cos’è questa storia che si sia dichiarato non ebreo? E allora perché fuggire e nascondersi? Ed anche come mai non cadere nella lista di quel losco individuo collaborazionista dei nazisti e delatore che lavorava nello stesso stabile della libreria (12)
Facili sentenze di chi ha avuto la fortuna di non dover passare attraverso quelle prove drammatiche dove alla paura per sé si aggiungeva quella per i propri cari.
E forse una persona non ha diritto di ripensare alle proprie origini, vedere quanto egli si trovi in sintonia con una fede, una cultura e liberamente decidere? Decisioni di non professarsi ebreo fatta tanti anni prima che l’ebraismo diventasse il problema che è divenuto.

Ed ancor più “grave”: Saba sposato, ma al quale alcuni hanno voluto dare una etichetta di omosessuale. Io molto temo coloro che dicono “io non ho nulla contro gli omosessuali”. Sono i peggiori. Ma Saba lo fu davvero? Certo – dicono alcuni – e lo testimonierebbe il carteggio privato tra Saba e un ragazzo di Milano (che il padre tentò di uccidere per risparmiargli un sicuro percorso verso il manicomio per schizofrenia) , raccolto dallo scrittore Mezzena Jona in un romanzo a metà tra l’indagine giornalistica e il giallo.(13)
C’è poi il romanzo “Ernesto” uscito postumo (1975) non tanto per mancanza di tempo utile prima della morte (1957) , quanto per scarso interesse di Saba verso questo suo scritto che neppure terminò di correggere, (14) ma fu passato alle stampe dalla figlia Linuccia nel 1975, – si noti il caso – pochi mesi dopo l’uccisione di Pasolini ed il gran parlare di “fatti scabrosi” di uomini famosi. In questo romanzo il protagonista, il giovane Ernesto, scopre il suo interesse per lo stesso sesso.. E allora … ci si potrebbe chiedere e non a torto.
E nel 1978 Ernesto si traduce anche in un film nelle mani del regista di film erotici Samperi. (15)

Poco o nulla dovrebbero interessare le altrui preferenze e gusti sessuali, ma se proprio si vuole analizzare di un grande poeta, scrittore e libraio anche aspetti della sua sessualità, forse bisognerebbe leggere le sue poesie, ancorarsi alla realtà del Canzoniere dove Saba veramente ha messo tutto se stesso, senza riserva alcuna.
Solo pazientando (“pazientando” nel senso di procedere con molta calma e lentamente) nel leggere le sue poesie si potrebbero scoprire alcuni versi di uno squisito raffinato erotismo eterosessuale.
Non semplici (e potrei aggiungere “banali”) omaggi in versi a commesse del suo negozio – per esempio Paolina – o a varie donne da lui conosciute esaltando la loro bellezza e sensualità; e neppure un erotismo di maniera preso in prestito da quella preziosa e d’élite letteratura erotica francese di inizio secolo (16) (in Italia nemmeno ad immaginarla), bensì un erotismo vissuto, perchè certe sfumature – descritte nella sferzante concisione di un verso o al massimo di due – non sono casuali e conoscerle (e descriverle con parole) le sa chi sol le prova (parafrasando un celebre verso e Dante mi perdoni).
Ed oltre ai versi anche certi comportamenti di “simpatia” – se così la vogliamo chiamare – verso la donna se è vero che prima della professionalità del Carletto, Saba perseverò con carine, ma poco adatte a quel lavoro,  commesse – Paolina, Chiaretta, Melvina,, Gilda, Erna, Pierina, Lidia, Rita – e che una, secondo la testimonianza del figlio di lei, si licenziò proprio per gli interessamenti non graditi da parte di Saba.
Dunque si potrebbe parlare di bisessualità ossia di qualcosa che – oddio… io no… per carità – è presente in gradazioni molto diverse in tutte le persone e quasi sempre ben celata (spesso anche a sè) ed invece qui riconosciuta e palesata da Saba in una sua forma quasi fanciullesca.
Sicuramente gli anni in terapia con Weiss (17) l’hanno portato a essere onesto nel guardarsi dentro e a non avere soverchia paura di fantasmi. Lui che ha avuto la realtà di un padre mai avuto e di una madre anafettiva, ma nello stesso tempo gelosa della balia cui il piccolo Umberto era stato affidato per i primi anni della sua vita e a cui Saba era molto legato. (18).
Traumi infantili sui quali Saba molto ha lavorato. (19)

Insomma un Saba con troppe sfaccettature per essere capito molto e quindi amato molto.
Un Saba troppo schivo e pensoso per essere afferrato e quindi capito e quindi amato.
E poi la poesia è arte che impegna il lettore molto più del romanzo e di fatto dunque il poeta è inevitabilmente più solitario.

Amato … si … ma …
Che la “sua” libreria risenta di quel “ma” di una riserva mentale, magari inconscia, da parte della città che lui così profondamente ha amato?

Mario Cerne rileva come siano molte più le manifestazioni di interesse che gli provengono da ambienti non cittadini, anche se bellissima nella sua semplicità la lettera di affetto ed augurio di veloce guarigione messa da persone rimaste sconosciute sulle vetrine del negozio a lungo rimasto chiuso per motivi di salute nell’autunno del 2017.
Certo, la statua in bronzo di Saba a grandezza d’uomo, è lì a pochi passi dalla libreria ed è una delle 3 statue di questo tipo messe dal Comune nelle vie cittadine. (20) Ma ben altro è il tributo che la città deve o dovrebbe a Saba.

A Barcellona in occasione dell’esposizione “La Trieste di Magris” (2011) la libreria è stata clonata e l’originale esperienza, stante il successo ottenuto, era nei progetti di Vittorio Sgarbi per una mostra a Milano che poi non è stata fatta.
Specie nei periodi di gite scolastiche la libreria si riempie di professori e studenti cui Mario Cerne racconta pazientemente e sempre alle stesse domande risponde.
Ed ancora turisti (italiani e stranieri) desiderosi di capire la città e non “andar baul e tornar casòn” (la “s” è quella dura di “Carso”) che timidamente entrano sapendo dove entrano e restano incantati.
Con una pazienza che può derivare solo dall’amore di Mario Cerne verso la sua libreria, racconta, spiega, risponde alle domande di chi arriva in quel posto (negozio?? museo !! ) per sapere, vedere, sentire il profumo dei libri antichi, percepire le tracce di una storia di un uomo difficile, in una città difficile, in un periodo storico che lo fu altrettanto. La libreria Antiquaria Umberto Saba oggi è questa indefinita mistura che è il suo pregio, ma ne è anche il suo limite.

Mi è impossibile chiudere queste poche righe su Saba-libreria-Cerne senza mettere la poesia “Trieste”. Se non l’hai mai letta, lentamente leggila. Se l’hai già letta rileggila una, meglio se cento volte, perché ogni volta ti darà una suggestione in più.
Una suggestione su Trieste o meglio su Umberto Saba perché è difficile non scorgere che anche quando parla specificatamente della città descriva sì la città, ma più se stesso, il suo carattere ed i suoi sentimenti.

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta
chiusa da un muricciolo
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva

I miei articoli raramente, ossia quasi mai, ossia mai sono lineari. Questo poi brilla per un dire disordinato come se pesassero su di esso le contraddizioni di Saba e la tristezza di Mario che oggi è consapevole ultima voce a parlare del poeta. Ultima se qualcosa nella città delle mille difficoltà non si muove ed anche celermente.
Un filo che non so quanto grosso o sottile sia c’è con un discorso iniziato da Mario Cerne a settembre di questo 2018 con il sindaco Di Piazza e di conseguenza con Regione e Ministero.
Libreria Antiquaria Umberto Saba, un romanzo che si snoda per quasi 100 anni e non è stato ancora deciso quale finale dargli.

 

Nota 1
“Non credo di essere immodesto se dico che il mio intuito mi ha rare volte ingannato. Cito, come un esempio, il buon Carletto che, ventiquattro anni or sono, ho scelto di primo acchitto fra non so quanti concorrenti, quasi tutti più brillanti, quasi tutti con maggiori titoli di lui; uno di questi aveva perfino al suo attivo – come mi disse appena si trovò alla mia presenza – venticinque spedizioni punitive; e tutti i clienti della Libreria possono dire oggi se mi sono allora ingannato“.

Nota 2
Dopo l’8 settembre 1943 la situazione di rischio a rimanere a Trieste e bene in vista appare a Saba molto evidente. Egli è infatti di origine ebrea da parte di madre anche se la sua posizione verso l’ebraismo fu abbastanza critica tanto da essere messo nella lista degli “ebrei discriminati”. Ma anche se così risulta dalle carte Saba è più volte convocato in Prefettura per chiarimenti.
Tenuto poi conto che in seguito alle leggi razziali agli ebrei non è consentito di possedere attività commerciali, la decisione di “sparire” diventa inevitabile. Cede le sue quote a Carletto e in libreria arriva anche lo scrittore Bisia per portare avanti tutta l’attività.
Saba andrà a nascondersi a Firenze e Roma da fidati amici tra cui Montale. Alla fine della guerra non rientra immediatamente. Si ferma a Milano dove per vivere collabora con il Corriere della Sera.
(Informazioni ricavate da “La libreria del poeta Umberto Saba” di Elena Bizjak Vinci e Stelio Crise, Hammerle Editori, Trieste 2008)

Nota 3
Il quadro è opera di Mario Padoan. Pittore ad oggi (fine 2018) vivente e “lavorante” a Roma. E’ artista importante anche se forse poco noto al grande pubblico. Più di 100 mostre personali in Italia e all’estero, partecipazione ad importanti mostre e biennali italiane e straniere ad iniziare dalla sua prima a Parigi nel 1959. Pittore, ma soprattutto altro come critico d’arte, scenografo, costumista.
Saba e la famiglia Padoan sono vicini di casa in via Crispi e fu Saba ad iniziare il giovanetto all’arte avendone intuito le doti per quei suoi fantasiosi ed ingenui collage con ritagli di giornale. Gli regala i 2 volumi (Testo ed Atlante) de la “Grammatica del disegno” di Giuseppe Ronchetti, pittore della seconda parte dell’ ‘800, edita nel 1915 da Hoepli. Lo incoraggia e lo consiglia.
Alcuni versi del poeta sono a lui dedicati e alcuni quadri sono da Mario Padoan per il poeta.
V’è un autoritratto di Padoan assieme a Saba e c’è quel mirabile disegno di cui si parla nel testo.
Il disegno – forse del 2007 – è usato come copertina al libro “La libreria del poeta Umberto Saba” di Elena Bizjak Vinci e Stelio Crise (crf nota 2)

Nota 4
Bolaffio nasce a Gorizia nella seconda parte dell’ ‘800, vive e lavora a Trieste dopo essere stato a Firenze alla scuola di Fattori. E poi a Parigi dove ha conosciuto i grandi pittori di inizio ‘900 come Matisse, ma facendo anche tesoro delle eredità di Van Gogh e Gauguin.
Di origine ebrea sua madre era Pia Gentilomo.
A Trieste ha fatto i ritratti di amici illustri come Carlo Michelstaedter, Ruggero Rovan ed appunto di Umberto Saba (1923) che dopo la prematura morte dell’amico pittore scrisse:
“Questo che tu hai dipinto è il volto mio.
La mia stanchezza, il mio ardore mortale
render seppe tua man tremante e frale,
buon Bolaffio, pittore umile e pio” .

Sul Piccolo del 13 gennaio 2011 c’è un articolo che tratteggia bene la personalità difficile di questo pittore. L’articolo è attualmente reperibile al seguente link
http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2011/01/13/NZ_26_APRE.html
In internet è reperibile anche un breve filmato con l’attore Zannier che impersona Saba e l’attore Predonzan che impersona un sofferente Bolaffio. I due parlano lungo le rive e Bolaffio s’accinge al suo quadro su Saba.
Dialogo emozionante che suggerisco di vedere nei suoi 11 minuti e 48 secondi

Giani Stuparich nel suo “Trieste nei miei ricordi” parla più volte dell’amico Bolaffio.
“Era un pittore il mio amico, un grande, ignoto pittore, uno di quegli artisti che sentono la santità dell’arte e quando la ricercano nelle vere radici, vanno fino allo strazio di se stessi: le spalle s’incurvano sotto il peso della responsabilità, il cuore sanguina nella solitudine, il gesto è come quello di chi prova nausea per tutto ciò che lo circonda. Eppure in certi momenti in quelle luci di tramonto a specchio del golfo, Vittorio Bolaffio alzava il capo; il suo cappelluccio a cencio, sgualcito, premuto dalle mani, stinto e velato dalle piogge e dalla polvere, faceva da cornice al volto secco, nodoso: un sorriso pieno di carità, d’amara dolcezza, di grazia quasi infantile, lo trasformava. L’uomo più ingenuo, più buono della terra appariva egli in quei momenti: un vecchio santo dal sorriso infantile. Sollevava il braccio pesante in un gesto largo. Era un gesto d’immenso amore, e lo sguardo andava anche oltre, sognando. “Voglio”, pareva dire, “per questa umanità che soffre, mettere i colori a un quadro. Uomini, animali, macchine, tutto un movimento, dall’alba al tramonto, un movimento di partenza e d’arrivo: da queste rive per il mondo, e dal mondo a queste rive. Così amo Trieste”.
Era il suo polittico, l’idea che si covava dentro da anni e che cominciava a realizzare in quei giorni”.

Nota 5
“La libreria antiquaria Umberto Saba”, editore Comune di Trieste, 2016

Nota 6
Questo interessamento delle Istituzioni verso la libreria Saba è stato comunque più che sufficiente a creare polemiche ed invidie nel mondo dei librai come se la Libreria Saba non fosse un “unicum” nel suo genere e la sua salvaguardia fosse di danno ad altri interessi economici.

Nota 7
Palazzo costruito dall’ing. Arturo Ziffer nel 1907

Nota 8
“Impossibile in mezzo agli amici che Saba non pretendesse al seggio di pontefice, a re delle anime. Saba presente Svevo o no, manteneva pur sempre la sua posizione di pontefice, un pontefice alla mano, dagli occhi chiari, pieni di benevolenza anche quando con la bocca inveiva”
da “ Treiste nei miei ricordi” di Giani Stuparich

Nota 9
“E’ stato così che ho passato in quell’antro oscuro la metà circa della mia vita. La passai in parte male e in parte bene, come l’avrei – è probabile – passata in qualunque altro ambiente, per tutti gli anni che durò il fascismo, un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti. Vivere della letteratura è, per un poeta, impresa quasi disperata; più disperata che mai essa mi appariva in quegli anni. Inoltre i libri antichi – dei quali apprendevo per la prima volta l’esistenza – non mi offendevano come i moderni, che tutti o quasi, avevano per me il volto odioso del tempo presente.
Emanavano inoltre un senso di pace: erano come dei nobili morti. Non saprei dire se veramente li amavo o no; forse li amavo, ma in un modo particolare; come i ruffiani amano le belle donne: per venderle.“
Da “Storia di una libreria” Saba, 1948

Nota 10
Le origini della libreria risalgono al 1833 con il nome di Libreria Borner in piazza della Borsa. Nel 1914 Maylander che ne era divenuto nel frattempo proprietario dopo averla tenuta per 10 anni in gestione, trasferisce la libreria nella attuale ubicazione di via San Nicolò e nel 1919 la cede a Saba che solo per breve tempo ha il filosofo Giorgio Fano come socio e poi ne diviene unico proprietario.
Nel 1933 Saba aderisce alla proposta di Alberto Stock, nipote di Lionello Stock fondatore della omonima fabbrica di liquori, di rilevare il 50% della libreria. Scelta che si rivela ottima perché Alberto Stock non interferisce con il lavoro di Saba e questi si può dedicare, senza assilli finanziari, alla sua poesia.
Con le leggi razziali che non consentono agli ebrei di possedere attività commerciali, la libreria con finta vendita è ceduta per 2 terzi a Carletto e 1 terzo a Ettore Ferrari subentrato a Stock.
Al rientro del poeta a Trieste nel 1947 la vedova Ferrari ridà la quota a Saba che però vuole Carletto socio al 50%. e dal 1955 anche Amministratore Unico. Il poeta è stanco, la guerra ed anche tutto ciò che l’ha preceduta ha lasciato il segno.
Una stanchezza, una delusione, forse, verso la “sua” Trieste (vedi anche nota 11) che porta Saba a rientrare appena nel 1947. Carletto e il poeta restano soci fino alla morte di Saba nel 1957.
Linuccia, la figlia di Saba, vende la sua quota a Carletto che diviene unico titolare della libreria e nel 1981 questa passa al figlio Mario.

In questa poche righe 185 anni di storia.

Nota 11
“Morti chiedono a un morto libri morti.
Illusione non ho che mi conforti
in questo caro al buon Carletto nero
antro sofferto. Un tempo al mio pensiero
parve un rifugio, e agli orrori del tempo.
Ma quel tempo è passato oggi, e la vita
con lui, che amavo. E di sentirmi inerme
escluso piango come tu piangevi
quando eri ancora un bambino e perdevi
tra la folla la madre tua al mercato.”

Nota 12
“Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista” è un libro scritto dal giornalista e scrittore Roberto Curci. Ricostruisce la triste realtà della Trieste nell’ultima parte della guerra dove la simpatia di parecchi verso il regime nazista e l’odio verso gli ebrei hanno portato a ad avere una “Risiera” e treni pieni con destinazione Auschwitz.
Emblema di questa parte di città malata è il triestino Mauro Grini, losco individuo che, nonostante le sue origini,  per soldi o chissà quale altro motivo diviene prezioso collaboratore dei nazisti e segnala nomi e nascondigli allargando la sua attività persino in altre città come Firenze e Milano.

Nota 13
“Il celeste scolaro” di Alessandro Mezzena Jona.
Saba è in sottofondo in questo romanzo che avvince dalle prime pagine per una storia vera: un padre che spara al figlio – che miracolosamente si salva – per sottrarlo ad una sicura schizofrenia che di fatto comparve e lo portò al manicomio dove morì.
Il padre è distrutto per il gesto che ha fatto, si pente e attende con serenità il verdetto dei giudici e il carcere. Nel raccontare poi la vita del figlio, Mezzena Jona, ci mette anche Saba che fu molto vicino a questo ragazzo incoraggiandolo a scrivere poesie e testi. Vengono riportate anche lettere scritte da Saba al ragazzo dalle quali si potrebbe evincere un amore più che un affetto.
L’autore non nella prefazione che ognuno legge, bensì nella postfazione che nessuno legge, dice che parte di quelle lettere sono state inventate.

Nota 14
Il romanzo “Ernesto” ha comunque avuto una sua grossa rivalutazione negli ultimi tempi.  Stefano Carrai, filologo e critico di letteratura antica e moderna, prof. ordinario all’Università di Pisa cosi scrive:
“Ernesto non è soltanto la struggente confessione di una iniziazione sessuale anomala, ma è anche la rievocazione di una stagione della vita e di un’epoca tramontata, inimitabile, all’alba del Novecento. Saba non poteva arrivare a scriverlo che con la libertà e col disincanto della senilità: è un piccolo capolavoro e c’è da rammaricarsi del fatto che oltre che anziano egli fosse allora troppo provato dalla malattia nervosa e minato nel fisico dall’eccesso di farmaci per riuscire a condurlo a termine”

Nota 15
Il tema scabroso non è sfuggito al regista Samperi – ben più noto per film erotici come “Malizia” o “Grazie zia” – che ne ha fatto un film molto apprezzato per l’ambientazione e l’interpretazione di attori famosi come Michele Placido (premiato al Festival di Berlino per questo film) e Virna Lisi, ma stroncato dalla critica per il contenuto di nessun spessore.

Nota 16
Una grande quantità di autori e illustratori (di solito sotto pseudonimi per sfuggire alla pressante censura) nonchè piccoli coraggiosi editori (che tale censura hanno sfidato con alterne sfortune) danno vita in Francia ad una copiosa letteratura ed iconografia che spazia nell’infinito (o quasi) universo dei piaceri sessuali perlopiù non tradizionali.
Una eredità che viene raccolta da qualche piccolo editore come Jérome Lindon, ma soprattutto dai grandi come Pauvert, Paulhan. Gallimard attorno ai quali hanno gravitato donne dove il pensiero libertino si è accompagnato ad un grande spessore culturale e talvolta impegno politico come Dominique Aury, Camille Deforges, Catherine Robbe-Grillet.

Nota 17
Edoardo Weiss, allievo di Freud, ebbe Saba come paziente tra il 1929 e il 1931. Anche lui ebreo, si trasferì nel 1938 negli Stati Uniti, ma già prima ebbe problemi con il regime essendosi rifiutato di iscriversi al partito fascista. Per un dipendente pubblico – e lui era dipendente dell’Ospedale Psichiatrico – tale iscrizione era praticamente obbligatoria.

Nota 18
“Devi sapere che alla radice della mia malattia stava la mancanza del padre: ma come, in qual senso e con quali conseguenze è cosa incredibile e vera”.
Così scrive Saba in una sua lettera ad un amico dove confessa di essere stato sull’orlo del suicidio.

Ad un altro amico scrive “In realtà, più che guarire, personalmente, ho capito molte cose dell’anima umana, che prima mi erano non solo oscure, ma addirittura insospettate. La cosa peggiore della mia infanzia fu l’assenza di un padre (buono o cattivo) e il dott. Weiss supplì, fino a un certo punto, a questa mancanza.”

Molto interessante è quanto Freud scrive a Weiss in merito a Saba:
“Non credo che il suo paziente potrà mai guarire del tutto. Al più uscirà dalla cura molto più illuminato su se stesso e sugli altri. Ma, se è un vero poeta, la poesia rappresenta un compenso troppo forte alla nevrosi, perché possa interamente rinunciare ai benefici della sua malattia”.

Nota 19
… “nella sua ( di Saba N.d.R.) comunicativa, s’aprono grandi varchi su un mondo interiore profondamente patito e scoperto con impegno in uno scavo continuo fino alle più amare radici, fino al punto di sentire che solo la poesia può far dolce l’assenzio della vita”
da “ Trieste nei miei ricordi” di Giani Stuparich

Nota 20
Realizzata dallo scultore Nino Spagnoli e posizionata nel 2004. La pipa e il bastone, più e più volte rotti e rubati da vandali e poi rimessi a cura del Comune, sono attualmente mancanti.
Per completezza va detto che un busto di Saba è presente anche nel Giardino Pubblico, opera dello scultore muggesano Ugo Carà cui a Muggia è dedicato un piccolo museo.

La mia Trieste, 11 Dicembre 2018