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La Costiera triestina

Il termine “costiera” di per sé porta il pensiero a una strada bella, panoramica, un po’ tortuosa sì perchè segue l’andamento della montagna, ma che merita la fatica di percorrere per la vista sul mare. La costiera amalfitana, la costiera della costa azzurra, la costiera dalmata che porta a Dubrovnik, quella pugliese che da Leuca porta a Otranto. E altre in giro per il mondo.
Belle, suggestive, difficili da dimenticare.
Breve e intensa la costiera triestina comunemente detta “Costiera”.
Nei giorni limpidi e di sole un benvenuto sussurrato con sicurezza nella consapevolezza di stupire il visitatore.

Un semicerchio nel quale l’occhio si perde. Vale la pena fermarsi in una delle poche piazzole dove si può lasciare per breve la macchina ed affacciarsi sul golfo. Sotto ci sono le rocce e le ville sparse dentro il verde, le “pedocere” (1) perfettamente allineate nel mare a tratti interrotto nella sua costa da qualche porticciolo, il bianco Castello e poi, distesa, la città di cui si assapora bene il suo affacciarsi sul mare e molto nasconde invece di sé tra i colli. Lì in fondo le colline di Muggia e dell’Istria che scende, forti le punte, aguzze e meno, protese nel mare, il campanile di Salvore, ma l’aria dev’essere molto tersa per vederlo, a finire nel mare la testa verso destra gira fino a ritrovare ancora la terra, quelle basse della laguna di Grado e poi ciminiere e gru di cui Monfalcone è ricca e posare con riguardo lo sguardo sulla roccia densa di storia di Duino e posar infine l’occhio pieno di tranquilla bellezza nella baia di Sistiana.
Questo il cuore mira più che l’occhio.

Ma costruirla, la Costiera, non fu facile. Non tanto per le rocce da scavare, ma per quella riluttanza di Vienna – del tutto spiegabile – a varare un progetto di una strada che facilitasse molto le comunicazioni con l’Italia.
Forse anche il timore che ulteriori traffici verso il Friuli e le ulteriori ricchezze andassero a beneficio della parte imprenditoriale italiana della città.

A gran voce richiesta questa strada, ma non da ferventi irredentisti bensì da gruppi di industriali e commercianti. A Panzano, la parte sud di Monfalcone, i fratelli Callisto e Alberto Cosulich avevano installato il Cantiere Navale Triestino ed altre aziende chimiche e produttive triestine ivi avevano costruito le loro fabbriche. La zona di Monfalcone stava diventando il sobborgo industriale di Trieste (2) e il forte incremento demografico nel quinquennio prima della guerra ne è testimone. (3)
Pressioni sul governo di Vienna affinchè andare a Monfalcone fosse facile e rapido.
Ai ripetuti sì di Vienna non corrispondevano però i fatti.
Divergenze anche sul progetto della strada e su come risolvere il passaggio di Miramare. Per noi oggi è scontato, ma c’è da mettersi nei panni di chi aveva in quel momento davanti agli occhi una strada a bordo mare che terminava al (dentro il) Castello di Miramare. Come superare l’ostacolo? Come non tagliare il parco in due?
Quando il progetto dell’ing. Mazzorana fu approvato e s’era pronti a partire con i lavori, partivano anche le prime bombe della guerra.

Passa la guerra e dunque a chi se non all’amministrazione italiana giunta nella Trieste “liberata” poteva esser caro il congiungere non solo con il cuore e le parole, ma anche con una strada da toccar con mano, l’agognata Trieste all’agognata Italia?
Passano però 10 anni prima che la prima macchina transiti sulla nuova strada. Certo, non facile da costruire, ma altre opere difficili, specie ferroviarie, avevano visto, già a fine ‘800, tempi tanto più brevi.

Le cronache del tempo – molto bene riportate in “La Costiera triestina, storia e misteri di una strada” (4) – mettono in luce una inefficienza spaventosa nell’apparato amministrativo che deve gestire, assieme ai tecnici, i lavori.
L’aspetto più evidente sono i ritardati pagamenti dell’apparato statale alle ditte che avevano in appalto i lavori che andavano di conseguenza a rilento e a singhiozzo.
Essi erano stati suddivisi in 2 lotti, le due ditte lavoravano con i loro operai sempre più difficili da pagare a fine settimana per mancanza di soldi in cassa. Una di queste addirittura alza bandiera bianca e chiude per fallimento.
Anche gli agricoltori a ridosso della costruenda strada si lamentano per la durata dei lavori e per danni subiti dai raccolti specie per effetto delle mine così foriere di piogge di polvere e detriti.

Di diverso avviso – si era nel 1932 e dunque le ragioni politiche così esigevano – il periodico “La rivista della città di Trieste” che giustificava i “piccoli” ritardi che c’erano stati e magnificava l’opera voluta e realizzata dal regime.
Il Governo italiano si interessò subito del problema delle comunicazioni tra Trieste e il suo sobborgo industriale [Monfalcone], ma doveva essere il Governo di Benito Mussolini a far passare anche questa idea sul terreno della realtà”.

Nel perdurare dei lavori a rilento in città le proteste di commercianti ed imprenditori sono forti. Le date di inaugurazione slittano fino ad arrivare all’agosto del 1928 quando si scopre che la via è percorribile. Decenza volle che non ci fosse alcun annuncio e men che meno inaugurazione con taglio di nastri tricolori e discorsi.
Le spese per la costruzione furono di ben 1 terzo superiori alla spesa prevista.
Difficile non fare delle riflessioni partendo da queste vicende per arrivare alle prassi dei giorni nostri. Ma qui non è luogo.

Da Sistiana – se veniamo da ovest – con quel rettilineo in leggerissima salita dove ora sulla destra s’ apre la strada per Porto Piccolo inizia la Costiera. Inizia forse non bene – le opinioni sono discordi – perché la realtà di Porto Piccolo sembra, già dal nome, una (brutta?) copia di Portofino, di Porto Cervo, di Porto Rotondo, posti che hanno una tradizione consolidata nel lusso.

Porto Piccolo, cattedrale nel deserto (di una ex cava) che di sé, nella pubblicità, magnifica la sua autarchia.(5)

Proprio a fronte dell’entrata superiore di Porto Piccolo v’è l’ingresso al Borgo San Mauro. Tranquillo e dignitoso luogo di piccole villette/casette di lavoratori iniziate a sorgere molto modestamente negli anni ‘50. Istriani e dalmati dopo il calvario dei campi profughi nel Carso, qui hanno trovato abitazione e poi lavoro chi a Trieste, chi nei cantieri di Monfalcone.

E nel Borgo San Mauro una picccola chiesa che si uniforma con il suo mite aspetto alle case lì, sul limitar del Borgo.

A qualche centinaio di metri la Costa dei Barbari. “no te ‘ndarà miga a far bagno alla costa dei barbari?” Gente nuda e persino dei gay. Qualcuno anche se habitué del luogo “no per carità mi no che no vado in ‘sti posti, mi vado all’Ausonia o qualche volta ai topolini.
Questa cattiva fama ha fatto la fortuna di questo tratto di costa pregevolissimo per la tranquillità e la suggestione del posto, i massi dalle forme più strane che emergono tra gli scogli, un vecchio pontile diroccato, tanti anfratti. Per ognuno il suo posto. Acqua pulita.

La Costa dei Barbari quasi sicuramente il primo od uno dei primi luoghi di naturismo in Italia – anni ‘60, ma fors’ anco prima – allorquando chi voleva prendere il sole senza costume doveva migrare all’Isola Rossa in Istria passando, con le difficoltà del tempo, l’ostico confine.
Oggi la Costa dei Barbari è mutilata del tratto a destra appena terminato il difficile viottolo e le ancor più difficili scale che portano al mare. Fino a lì infatti si estende Porto Piccolo le cui entrate sono dalla Costiera e da Sistiana.

Alla ”odorata ginestra, dei deserti contenta” (6) è dedicato lo stabilimento sorto nel 1960 in quel tratto di costa tra quella dei Barbari e Canovella de’ Zoppoli.
Poco più a ovest verso Sistiana fa bella mostra di sé quella costruzione leggermente curva che fu l’albergo Europa che non ebbe molta fortuna e poi divenne scuola alberghiera, anch’essa senza fortuna. Oggi è un residence dopo la ristrutturazione intorno al 2010.

Il bagno “Alle Ginestre” è, assieme ai 2 di Grignano, al Ferroviario, all’Ausonia e ai 2 nella zona di Muggia, posto dove l’accesso al mare non è gratuito.
Attrezzature e servizi e, qui alle Ginestre, anche un grande posteggio, merce importante specie dopo le restrizioni del 2018 della possibilità di posteggiare sulla Costiera. (7) In cambio, a luglio, una coppia che vada di sabato e voglia 1 sdraio a testa ed 1 solo ombrellone paga 63 euro (tariffe 2019).
Trieste, posto di mare libero.

Trieste, posto di mare libero, poco più avanti, però, a Canovella de’ Zoppoli (8) che è piccolo porticciolo e piccola spiaggia prima della galleria di “Dante”. Dall’alto nulla si vede e chi poco sa del posto non trova facilmente la serie di scale che dalla Costiera, attraversando terrazzamenti coltivati conduce fino al mare. Qui un minuscolo porticciolo costruito dalla manodopera della SELAD nel 1953 per decisione del GMA (Governo Militare Alleato).

Anche qui i romani che hanno lasciato traccia di sé proprio con i resti di un porticciolo, sembra usato per trasportare la pietra di Aurisina con le barche, ma nessun mi chieda come tali blocchi arrivassero dalle cave fino a laggiù. Più verosimilmente i blocchi della pregiata pietra venivano fatti scivolare a livello mare nella zona della Costa dei Barbari verso Sistiana e da lì imbarcati con destinazione Aquileia.

Dalla Costiera, in corrispondenza del sentiero per Canovella, parte sul lato monte un viottolo. E’ il “Sentiero dei Pescatori” che sale, sale per arrivare, con tante scale, fino all’abitato di Santa Croce. Bello ma leggermente faticoso. Altre erano le gambe dei pescatori di altri tempi.

Entrando nella galleria di Dante nel senso in cui noi, con questo viaggio della mente, percorriamo la strada non vediamo il motivo di questo nome. Lo si vede venendo da Trieste. Disegnato dalla roccia, in alto, uscendo, un profilo che riconduce a quello che per noi è il ritratto del poeta. Nessuno sa se bizzarria della natura o la mano di qualche abile scalpellino, ma bello pensare che la natura del posto abbia voluto rendere omaggio al poeta che la tradizione dice sia venuto da queste parti. (vedasi “Le foci del Timavo”). (9)

Io, se l’  orologio me lo permette, mi fermo in quel piccolo piazzale e rileggo quei versi di Saba riportati su una pietra dove qualcuno ha voluto cancellare la parola “Italia” e mano rispettosa l’ha riscritta con un pennarello (10).
Versi scelti e lì messi su dura pietra con inaspettata saggezza per rammentare anche al viandante più distratto che la multietnica, mitteleuropea ecc ecc e ancora eccetera Trieste poggia su italiche fondamenta.
Nei mesi estivi ormai è difficile trovare uno spazio perché il turista che arriva e qualcosa ha letto su Trieste, sa che il punto dopo la galleria vale una sosta.
Sporgendosi, sotto, una parte della spiaggia naturista dei Filtri ed il mare che vicino alla costa è di tutte le gradazioni del blu anche per le correnti di acqua dolce. Un centinaio di metri più al largo file e file di pedocere.

A destra e a sinistra l’occhio si perde e non necessita più dire il perchè.

La spiaggia dei Filtri è quella che della zona è sicuramente la più cara ai triestini. La più ricettiva, qualche possibilità di parcheggio, il conforto della trattoria Bellariva.

Spiaggia che concilia esigenze balneari tradizionali nella zona davanti alla trattoria e del porticciolo con quelle naturiste.
La ripida e stretta via di accesso a fondo cieco è dedicata ad Auguste Piccard che assieme al figlio Jacques è padre del batiscafo Trieste (11).
Alla fine della via il cartello OGS indica la presenza del Laboratorio di Biologia Marina che ha una delle sue sedi nel Castelletto di cui si parla nell’articolo “Filtri, spiaggia naturista di Trieste”
Nel risalire per la ripida e ciottolata Auguste Picard che riporta alla Costiera, vien voglia di a
ttraversarla e imboccare la salita che porta su – certo tutte le salite portano su – verso Santa Croce passando con un piccolo cavalcavia (prima c’era un passaggio a livello) sopra la ferrovia.
Questa strada è l’unica che collega la Costiera con l’altipiano carsico passando dall’abitato di Santa Croce.

La costiera non è solo lato mare, ma anche costone roccioso dall’altra parte, tavolozza di colori che mutano con le stagioni, reti metalliche che tengono a freno la roccia che sempre vuol buttarsi in piccoli o grandi pezzi sulla strada, scalette che portano a terrazzamenti coltivati e qualche rara casa, una fontanella cara ai ciclisti nell’unico rettilineo della strada.
Bella la costiera anche percorrendola da Trieste verso fuori, ma non v’è paragone con l’altro senso che è un omaggio a chi arriva e non a chi parte.

Donna dalle morbide curve in tranquilla successione che invita a guardare verso il mare o verso la roccia anzichè correre.

Salvo il Bellariva che è a livello del mare, sopra sulla strada costiera vi sono solo 2 punti di ristoro: il ristorante “Alla Tenda Rossa” e poi più avanti il raffinato ristorante “Le Terrazze”.

Mite, senza pretese – il Tenda Rossa – laddove, stante la posizione, molto più potrebbe ambire.
Guardando l’edificio del ristorante dalla strada, sulla sua sinistra inizia il difficile percorso che in circa 250 gradini – meglio sarebbe dire “gradoni” vista la loro altezza – porta al mare e al porticciolo di Santa Croce già ricovero per le barche dei pescatori a metà ‘800.

E’ il più grande porticciolo in questo tratto di mare sotto la Costiera tra Sistiana e Grignano con una capienza di circa 100 barche con lunghezza non superiore ai 10 mt. Ma molti i posti vuoti perché tenere la barca quivi ormeggiata non è per nulla comodo sia per il posteggio sulla Costiera, sia per il viottolo così impervio che conduce al mare. E così faticoso quando riconduce alla strada.
Un tempo – parliamo dell’800 – era porticciolo di pescatori seppure la buona parte aveva la pesca come secondo lavoro. Il principale era la coltivazione dei loro terreni su verso la montagna.
Oggi come pescatore rimane solo il signor Luciano, classe 1950, ferroviere in pensione, che è giusto chiamare “pescatore” perché esce con una vera vecchia barca da pesca con le reti anche se poi il pescato non lo vende, ma vale solo per la sua famiglia.

Sulla terra ferma alcuni casoni per materiali.
Stante la tipologia della costa con tanti grandi scogli e senza alcun tipo di spiaggetta anche se sassosa, poco Santa Croce è frequentata d’estate dai bagnanti.

Non distante, più a ovest in direzione Sistiana, si vede altro piccolo porticciolo, ma è privato. E’ pertinenza di una grande villa sul mare di recente acquistata da persone russe. Questa infatti è zona di grandi ville come quella del De Longhi (elettrodomestici), la ex di Nino Benvenuti, la abbandonata villa Stavropulos (12) vincolata dalla Sopraintendenza. E tante altre fino ad arrivare a Grignano contraltare più piccolo di Sistiana.

Dei due stabilimenti comunemente chiamati il “primo” e il “secondo” di Grignano, dalla Costiera si ha cognizione solo del secondo con il suo caratteristico ascensore. Ci si arriva fiancheggiando quello che oggi è l’Hotel Riviera & Maximilian’s, un tempo Hotel Riviera. “Un tempo” molto lontano – 1898 – così come comprovato da una ingiallita cartolina che qui riporto tra le note e che mostra l’esistenza della palazzina che ancora oggi è il corpo centrale dell’albergo, quello di color giallo, che si vede dalla strada (13).
Per quasi un secolo solo hotel, meta di vacanza per triestini e turisti, cui poi si è aggiunto un ristorante che nel 1992 è divenuto il ristorante “Le Terrazze”, nome del tutto giustificato per le tante terrazze e l’ottima vista sul mare. (14)

Sopra, la Costiera con le sue dolci curve, continua a sfornare auto e ciclisti in qua e in là sotto l’occhio benevolo delle due case cantoniere (meglio dire ex) nel loro tipico color rosso con la scritta Anas e la vecchia numerazione della strada: “SS n. 14 del Friuli Venezia Giulia”. Ora invece strada statale 22.

Passata Grignano la strada si infila nelle due gallerie sotto il parco di Miramare per lasciarsi sulla sinistra il Centro di Fisica – International Centre for Theoretical Physics (ICTP) – aperto nel 1964 dove sono transitati tanti premi Nobel per la scienza.
Posto d’eccellenza come scuola di perfezionamento superiore più che di ricerca dove convergono persone da tutto il mondo ed assieme al SISSA e poi all’Elettra Sincrotone e all’ICGEB (15)  – che sono le vere aree di ricerca avanzata – costituisce un polo scientifico unico in Italia.

Ma è come se questo polo di ricerca costituito da queste tre realtà di eccellenza per Trieste non ci fosse. I legami con la città sono assenti (15 bis) da sempre e chissà se con l’evento del 2020 di “Trieste città della scienza” questa reciproca lontananza potrà, almeno in parte, attenuarsi. (16)
E’ come se la città avesse soverchio riguardo e non osasse disturbare con il suo banale cicaleccio queste persone immerse nei loro studi. E dall’altra parte è come se questo polo temesse di annoiare una gaia città con discorsi troppo difficili.
Il rispetto è virtù sacra, ma il troppo rispetto, talvolta, non lo è.

La strada che sulla sinistra fiancheggia il Centro di Fisica, porta alla stazione ferroviaria di Miramare. I treni che si fermano ogni giorno a Miramare sono attualmente circa 15 in entrambi i sensi di marcia e il collegamento è usato solo dalle persone che lavorano o studiano al Centro di Fisica.

Stazioncina incantevole nata quando è stata costruita la ferrovia ( dunque metà 800) con la sua struttura in legno originaria e la sua aria di ragazza sbarazzina, ma di altri tempi.

Le piante di Sgaravatti per decenni hanno adornato giardini e terrazzi di Trieste, ma soprattutto il Parco di Miramare prima che esso venisse lasciato dall’amministrazione in un completo stato di abbandono da cui solo ora (2019) si sta risollevando. Sulla destra appena usciti dalle 2 gallerie le piante ci sono ancora, ma non più della catena Sgaravatti (17) bensì di una agraria privata, il Garden Service Miramare.

Ora nella breve discesa che porta al bivio di Miramare e – passando poi attraverso quel lungo ininterrotto “stabilimento” balneare fatto di marciapiede, “topolini”, qualche breve distesa di sassolini, una pineta – e poi verso Barcola, sulla destra, prima appunto del bivio, sull’alto terrapieno, la grande alabarda bianca in campo rosso dice che siamo giunti a Trieste e

ciò che si vedeva prima in lontananza è ora meta raggiunta.

Raggiunta? Forse. I piedi possono calcare le sue strade, la piazza sul mare più bella, chiese e castelli, occhi incontrare persone nel loro vagare tra negozi e bar, immaginare altre in lavoro nelle assicurazioni, al porto, a guidare la ragnatela cittadina di bus, parlare in qualche caffè o conferenza con chi ti promette di spiegare Trieste.
Nessuno l’ha mai afferrata, come non lo è la bora, come non è afferrabile ciò che per la sua storia sguscia più di una anguilla ubriaca con la sua tana messa da sempre nell’intersezione tra mondi e culture diverse. Almeno 3.

Sì, la strada Costiera, alta sul mare, che si apre d’improvviso dopo Sistiana … promessa incantevole, non sarà mantenuta” – scrive Claudio Magris in “Tempo curvo a Krems”. (18)

Nota 1
Impianti di coltivazione cozze.

Nota 2
Prima della guerra il confine con l’Italia partiva da porto Buso nella laguna di Marano (dunque circa a metà strada tra Grado e Lignano) per salire verso nord sfiorando Cervignano (Austria), poi verso Palmanova (Italia ma proprio sul confine) ed ancora a salire passando a metà strada tra Udine e Gorizia con quest’ultima e Gradisca, Cormons e Cividale in Austria. E poi su verso Tolmino e Tarvisio ancora Austria.

Nota 3
Monfalcone ha 4300 abitanti nel 1910 e 11000 nel 1913.

Nota 4
La Costiera triestina, storia e misteri di una strada” – Roberto Covaz, Annalisa Turel, MGS press.

Nota 5
Controverse le opinioni su questa mega costruzione sorta dopo quasi 40 anni di progetti e discussioni. Prevalgono le opinioni negative che parlano di finto lusso, di scarsa vita anche nei mesi più caldi, di negozi che già chiudono per mancanza di clienti, di costruzione che sembra un alveare, di costi astronomici come se Portopiccolo fosse Portofino o Porto Cervo.
Il Sole 24Ore del 5 gennaio 2017 parla di questa realtà in termini entusiastici. “… 460 abitazioni, un albergo di lusso, negozi e ristoranti, un beach club, tre piscine, una marina per 121 yacht fino a 24 metri. E a febbraio 2017 apre una nuova grande Spa, sopra al centro congressi, in un edificio dagli interni generosi di spazio e luce. “

L’immagine che nella pubblicità fornisce di sé Portopiccolo è molto diretta “Rilassati al Beach Club, degusta il meglio della cucina offerta dai nostri ristoranti o esplora la costa dal tuo yacht privato. Qualsiasi attività tu preferisca, Portopiccolo saprà sempre regalarti un’esperienza indimenticabile.”

Nota 6

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti.”

Sono i primi versi della lunghissima poesia del Leopardi “La ginestra, fiore del deserto”.

Nota 7
La vicenda posteggi sulla Costiera è una brutta brutta storia. In piena stagione balneare, estate calda del 2018, ciò che è sempre stato tollerato – posteggiare sulla Costiera nei punti non pericolosi – non è più tollerato.
Un giro strano innescato senza apparente motivo dal procuratore capo del Tribunale dott. Mastelloni che segnala la pericolosità di questa prassi alla Prefettura. La prefettura segnala al Comune. Il Comune attiva i vigili.
La Procura della Repubblica che si occupa di prevenzione incidenti stradali? Perlomeno strano.
Il mese di luglio (senza dunque il tempo per studiare come risolvere il problema)  in cui far scoppiare la bomba? Perlomeno strano.

Nota 8
Come ovunque si trova scritto,  il nome “Canovella de’ Zoppoli” deriva da “zoppolo” che era un tipo di barca in uso fino all’ 800 dagli abitanti della zona e di cui un esemplare fu trovato da Diego de Henriquez e da lui destinato al suo museo, quello che lui mai ebbe la fortuna di vedere realizzato.
Questo tipo di imbarcazione ha origini antichissime come è facile intuire. E’ infatti un semplice grosso tronco escavato.
Il reperto, di cui foto nel presente articolo, si trova presso il Museo del Mare di Trieste e non – come in molti posti indicato – nel “Museo della guerra per la pace – Diego de Henriquez“.

Nota 9
Non deve stupire se nel ventennio fascista molti vedevano in quel profilo l’effige di Mussolini. Un Duce maschio e duro come la roccia di Aurisina.

Nota 10
Avevo” poesia del 1944, quando Saba era ancora in nascosto “esilio volontario” a Firenze per sfuggire al pericolo di essere deportato.
In ”Avevo” un misto di rabbia, rimpianto, senso della personale sconfitta, ma anche consapevolezza di essere una
sconfitta onorevole e inevitabile.
In “Avevo” – come in tanti altri scritti – un cuore che batte con prudenza verso l’Italia.
Questa è una delle 8 strofe:

Avevo una città bella tra i monti
rocciosi e il mare luminoso. Mia
perché vi nacqui, più che d’altri mia
che la scoprivo fanciullo, ed adulto
per sempre a Italia la sposai col canto.
Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto.
Tutto mi portò via il fascista inetto
ed il tedesco lurco.

Nota 11
Come terzo padre va aggiunto Diego de Henriquez senza il quale, quasi certamente, il batiscafo che nel gennaio1960 raggiunse nella Fossa delle Marianne la profondità di 11.ne 000 metri , non sarebbe esistito. E non per niente il batiscafo porta, riconoscente, il nome “Trieste”.

Nota 12
La villa Stavropulos è una delle 4 ville – assieme alle ville Cosulich, Haggiconsta, Engelmann – di proprietà del Comune in attesa di un compratore.
Difficilissima ricerca perché beni con vari vincoli che dunque ne limitano l’utilizzo.
L’edificio originario risale a circa il 1860 ed è circondato da un vasto parco.
Socrate Stavropulos ne diviene proprietario negli anni ’30. Egli è anche grande collezionista d’arte. Nel 1960, alla sua morte, lascia villa e collezioni in essa contenute alla città.
E come spesso avviene la città ha difficoltà a gestire il preziosissimo lascito. Dipinti, sculture, libri sono oggi presso il Museo Morpurgo di via Imbriani.
La villa invece giace nel suo abbandono e progressiva decadenza.

Nota 13
Riproduzione fornita gentilmente dalla proprietà dell’Hotel

Nota 14
Il complesso di albergo e ristorante fa parte della società Magesta che è titolare anche dell’hotel Duchi Vis à Vis (ex albergo Duchi d’Aosta) di piazza Unità, del sottostante ristorante Harry’S Piccolo creato negli anni ‘70 dal famoso Arrigo Cipriani (Il Cipriani di Venezia, El Toulà di Treviso e Cortina) e del collegato Harry’S Bistrò che dà sulla via dell’Orologio.

Hotel Riviera & Maximilian’s e ristorante Le Terrazze rilevato dalla famiglia Benvenuti (nessun parentela con il pugile) nel 1992 che ne cura direttamente la gestione.

Nota 15
SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati. L’attività di ricerca si concentra su tre aree principali: matematica, fisica e neuroscienze.

Elettra Sincrotone è un centro di ricerca internazionale multidisciplinare specializzato nella generazione di luce di sincrotrone e di laser ad elettroni liberi di alta qualità e nelle sue applicazioni nelle scienze dei materiali e della vita

ICGEB – International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology . L’attività di ricerca è nel campo delle biotecnologie e scienze della vita (Ricerca genetica, biologia molecolare e cellulare, biomedicina, malattie infettive, biotecnologie delle piante, biocarburanti, trasferimento tecnologico).

Nota 16
Trieste, luglio 2020, organizzazione dell’ESOF – Euro Science Open Forum – la manifestazione europea più importante dedicata ai rapporti tra scienza, tecnologia, società, politica.
Evento che doveva tenersi all’ Aia, ma quando tutto ormai sembrava deciso, la candidatura di Trieste ha prevalso.

Nota 17
La società Sgaravatti è una realtà che ha la sua rete di vendita ottimamente ramificata in tutta Italia. Sede ad Arezzo. Nel 2012, visto lo stato deplorevole del Parco di Miramare, si era offerta di  “dare una mano” a risolvere il problema.

Nota 18
Tempo curvo a Krems” è l’ultimo ( siamo a primavera 2019) libro di Claudio Magris, Garzanti Editori. Sono 5 racconti di cui 4 facili da leggere ed uno – quello che dà il titolo al libro – bello tosto nello stile del suo capolavoro “Non luogo a procedere”.

Nota 15 bis – Nota integrativa del 23 maggio 2019
Questa nota viene aggiunta ad una decina di giorni dalla pubblicazione del presente articolo. Conferma di questa assenza o meglio assenteismo della città – ed anche Regione – viene dai malumori espressi chiaramente dal Presidente uscente dell’ ICGEB, prof. Giacca che ha stigmatizzato in questi giorni che a “ Trieste non c’è un ufficio brevetti dove poter depositare i nostri lavori” ed altresì che “il trasferimento tecnologico verso le aziende del territorio non si verifica e tutta la ricerca e l’innovazione che produciamo va in altre direzioni”.
Ed infine che i costi di affitto del loro spazio potrebbero a breve aumentare del 30% rendendo problematica addirittura la permanenza a Trieste della realtà di ricerca.

Parole gravi che però confermano questa frattura tra città e realtà di ricerca presenti sul territorio.

La mia Trieste, 15 Maggio 2019