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La Riviera di Barcola

(Nelle poche righe che seguono non si parla di Barcola come rione, ma solo della sua parte balneare).

Dopo la malinconica fine del Carso (1) e se pensiamo alla bella stagione, a cosa i triestini sono più affezionati se non a quella lunga “promenade” che da Barcola, passando per pinete, “Topolini”, tamerici salmastre ed arse (2) , arriva a Miramàr ?
L’asse invernale per il cazzeggio fatto di via San Nicolò, piazza della Borsa, via Cassa di Risparmio, piazza Unità e poco altro ( dunque la zona pedonale), lascia spazio, con la bella stagione, a quel lungo ed ampio marciapiede che si trasforma in un enorme stabilimento balneare. L’unico marciapiede che io conosca,  chè i bagnanti sulla promenade des Anglais di Nizza, ad esempio, sono sotto, sulla larga distesa di sassolini che affianca il marciapiede che resta soprastante.
E così in altre città.
Ma qui è il marciapiede a fare da spiaggia, seppure di dura pietra.

Rammento da piccolo, anni ’50, lo stupore dei turisti che arrivavano in macchina nel trovarsi a lato della loro strada tutta questa gente in costume da bagno. E talvolta anche davanti se qualcuno o qualcuna voleva andare dall’altro lato della strada. Nè c’erano allora, come invece oggi – estate 2019 – gli inviti dell’Amministrazione Comunale a non attraversare la strada se non in “abbigliamento adeguato” (3)
Rammento lo stupore molto scandalizzato di due mie prozie zitelle che abitavano a Vienna – ed eravamo primi anni ’60 – per i bikini impudicamente esposti alla vista di tutti e dunque “tutte queste donne con la pancia di fuori” .
E altri a chiedere “ma dove sono le cabine”?
“Non ci sono”.
“Ma noo, ma non ci credo”.
Certo a Trieste di tutto può succedere e ciò da sempre.
Anche che a Trieste le donne siano e soprattutto fossero “diverse” non è novità, donne in grado di essere autonome, di divertirsi senza ipocrisia, di non dipendere da quelle regole non scritte, ma perciò ancora più cogenti, sul modo di comportarsi, di vivere, di andare per la città, bar compresi.
Gente strana lassù a Trieste. (4)

Era un viottolo. Certo, tante strade sono nate come un viottolo e solo poi nel tempo diventate grande arteria.
La necessità – stante il fatto che la strada costiera (quella tra Sistiana e Miramare) doveva ancora essere pensata e poi progettata e poi costruita – era solo di collegare il castello di Miramare, in via di completamento, con la città (1860).
E per fare questa nuova strada l’arciduca Massimiliano contribuì alle spese con circa un quinto del costo.

Con inconsueta poca lungimiranza fu costruita una semplice strada a lato del mare.
E il mare, si sa, ogni tanto si gonfia.
Fu così che un giorno quella asburgica strada finì per volontà di Nettuno, dio dei mari, aiutato da Eolo, dio dei venti. Quando si dice gli dei…
Non restava che rimboccarsi le maniche e rifare una vera strada e non più a livello del mare, bensì più alta e proteggerla con massi e scogli.
E’ l’assetto che riveduto, corretto e abbellito, oggi abbiamo.
Ma tra quella furiosa mareggiata e la costruzione della nuova strada trascorsero ben 50 anni durante i quali – c’è da supporre – si fecero gli aggiustamenti necessari per assicurare la viabilità. (5)
Qualche anno fa’ (2015) durante lavori di scavo per condutture all’altezza dei Topolini è emerso un breve tratto della  vecchia strada asburgica. (6)
E’ quella che si può ammirare in varie illustrazioni fine ‘800 popolata di triestini a passeggio in posto dove l’occhio potesse e possa vagare su tranquille amenità e nelle narici udire il profumo del mare. Appunto ieri come oggi.
Una passeggiata di buon auspicio – si diceva – se fatta il giorno dopo la grande festa, quella del Natale o della Pasqua, ma anche il primo dell’anno.
E ancor meglio se nel camminare sospinti o viceversa frenati dall’amica di sempre. Bello sentire i suoi refoli forti a volerci rassicurare che non ci ha dimenticato e che alla sua Trieste è sempre affezionata. (7)

Una foto reperibile presso il Museo di Storia dell’Arte (Palazzo Gopcevich) ci mostra i lavori del passaggio da strada bianca a strada asfaltata in concomitanza con l’apertura della Costiera (1926) che faceva di quel tratto di strada non solo un collegamento cittadino con Miramare, ma la principale arteria da e verso l’Italia.

Da qualche decennio si parla di fare rilevanti modifiche alla riviera tra Barcola e Miramare.
La città cambia e deve cambiare. Il punto però è fare scelte giuste che concilino il bello con il funzionale, l’innovazione con la storia. Che brutto dimenticare la storia.

Ecco dunque il progetto: un rilevante interramento per aumentare lo spazio a disposizione dei bagnanti e delle loro macchine, costruire alberghi, stabilimenti, ristoranti, fare una funivia che colleghi Barcola con Monte Grisa. Progetto rivoluzionario, non nuovo, che taluni amminstratori del Bene cittadino, supportati da architetti, pensarono e ripetutamente ritorna.

Ma per fortuna un altro progetto è più tranquillo e prevede un avanzamento, tramite interramento, della linea di costa tra la fine della pineta e il porticciolo Cedas e poi dopo il porticciolo – che necessariamente deve restare lì dov’è – riprende l’avanzamento fino al bivio Miramare. Ed i Topolini, sacra istituzione, rifatti sul nuovo lungomare.
A beneficiarne sarebbe il traffico, i posteggi che sono reale problema della zona e lo spazio a disposizione per i bagnanti.
Ma non sempre queste due idee sono state del tutto separate e con il linguaggio politico, per definizione nebuloso, talvolta sono state ipotesi fuse una nell’altra per poter tenere il piede in due scarpe. (8)

Forti e circostanziate sono state le critiche alla maxi rivoluzione che porterebbe ad uno snaturamento della caratteristica principale della riviera di Barcola, densa di tradizione e storia nonché sommamente amata dai triestini ed invidiata dai turisti per la sua peculiarità di spiaggia sulla strada.
Infatti, così facendo – si sostiene – non si terrebbe conto della gratuità e della assoluta libera fruibilità di balneazione su tutta la zona, dalla pineta di Barcola fin quasi a Miramare (Bagno Sticco) che sarebbe invece “inframezzata” da alberghi, stabilimenti, ristoranti.

Si dice altresì che strutture turistiche si possono sistemare sul lato monte dove attualmente c’è già una ex Marinella (9) che giace inutilizzata e altre realtà non molto saturate. E parallelamente si chiede di non dare corso a nuove costruzioni di edilizia privata sul lato monte per poter dare spazio a queste future nuove strutture turistiche.
Il progetto di edilizia privata sul lato del monte è divenuto invece nuovamente attuale ((novembre 2019) e oggetto di un servizio di Telequattro il 28 novembre 2019 che riprende le proteste degli abitanti della zona. (10)
Dunque conferme indirette che altro spazio su questo versante c’è (seppure discutibile) per palazzine private tralasciando invece l’opportunità di offrire su quel lato quei servizi turistici che molti politici lamentano essere inesistenti sulla riviera di Barcola.
La funivia. L’idea di un collegamento diretto tra Barcola e l’altipiano – in quel caso Opicina – risale ad inizio secolo scorso (più o meno 1905 – 1907) quando il barone Dionisio Craigher ebbe per molti anni il permesso dal governo di Vienna di costruire (probabilmente a sue spese) “una ferrovia funicolare o a sistema dentato”.
Da tener presente che il tram di Opicina era in funzione già nel 1902.
L’opportunità di una funivia poggia su una serie di molto discutibili considerazioni che riporto nelle note per non appesantire il presente testo con manifesti di pura marca elettorale. (11)
Troppo diversi il tipo di turisti interessati al pio santuario di Monte Grisa e quelli interessati al godereccio lungomare e bagni. E poi dove situare l’arrivo della funivia al mare? Sul nuovo terrapieno di Barcola – dice qualcuno senza meditare che esso è troppo distante dal lungomare e dal Castello e anche da Porto Vecchio.
Nei pressi del Cedas – dice qualcun altro, senza pensare che un capolinea di funivia deve prevedere un’area molto estesa di parcheggio.
E la bora?
E c’è chi dice che in questo modo anche i triestini avrebbero vantaggi stante la difficoltà di parcheggio in zona Barcola. Dunque andare in macchina a Monte Grisa dove c’è ampio parcheggio e poi scendere con la funivia (ma prendere il bus n. 36 nooo??)
Parole al vento appese ad uno spago più che ad un cavo di acciaio.
Parole al vento come bandierine colorate tibetane appese ad uno spago tirato tra uno stupa ed un altro. Ma almeno le bandierine tibetane sono preghiere e non volantini.
Dietro a queste parole ci sono esponenti come Piero Camber, Roberto Sasco, l’arch. Marini, Giorgio Rossi che definisce questa idea una ”trovata geniale”.

Chissà, forse avrebbe senso una funivia concepita  non come collegamento della riviera con il santuario (vedasi proclami nota 9) bensì una funivia come modo per suggerire ai turisti in transito sull’autostrada di fare una veloce digressione giù nella città di Trieste.
Sono due approcci molto diversi.
In questo caso ci sarebbe necessità di ottime segnalazioni sull’autostrada, necessità di un facile arrivo ad un posteggio nel punto di partenza della funivia, di un arrivo della funivia sul nuovo terrapieno di Barcola, dei bus-navette per il centro o anche  verso il Castello di Miramare.
Non è questo il posto per suggerimenti gestionali della città e si menziona questa ipotesi solo perchè in tal senso qualche voce. Ad es. il consigliere comunale Roberto de Gioia in una intervista su Telequattro.

Viceversa le idee di un semplice ampliamento risalgono agli anni ‘90 con una proposta lanciata dall’Associazione Costruttori, una approvazione poi nel piano regolatore del 1996 e ciclici rilanci tra cui quello nel 2011 da parte del consigliere comunale Paolo Rovis che ravvisava anche l’opportunità di utilizzare i materiali di scavo ricavati dal costruendo Park San Giusto.
Stessa opinione per il consigliere Giorgi. (12)
Se ne occupò anche l’ing. Stefano Patuanelli attuale ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Conte 2, favorevole, ma con prudenza, e preoccupato molto del lievitare dei costi dei progetti nel corso degli anni non giustificato dall’inflazione (da 16 milioni di euro a 100).

(continua a pag. 2)

Nota 1
Si potrebbe dire “Il mio Carso” anche se il romanzo è tutt’altro che una sua descrizione. Meglio si potrebbe dire “Il nostro Carso” per evitare del tutto riferimenti letterari impropri e per rammentare quello che era fino ad una ventina di anni fa’ , per i triestini, questo posto di pietre, di boscaglia inframezzata qua e là da prati,  doline,  paesini e osmize, da sentieri con i loro muretti a secco a perdersi sempre più dentro il verde fino a che ognuno trovava il posto suo, sotto un albero, mettere giù una coperta, chiudere gli occhi per meglio vedere il profumo intenso del ginepro, mangiare il panino con la Coca-Cola e sulla via del ritorno una osmiza, il suo asprigno malvasia, per i più duri il terrano e qualche fetta di salame.
Meglio, oggi, andare veloci – per chi può – sulle ciclabili che non sono Carso, ma solo lo attraversano.
Il “Nostro Carso” ora rubato da pericolose zecche e dai cinghiali, usato come via di transito da uomini in fila indiana che arrivano da Paesi lontani, lì lasciano abbandonati tra le piante i loro vestiti per  indossarne altri e andare non si sa dove.

Nota 2
“La pioggia nel pineto” Gabriele d’Annunzio
… Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, …..

Nota 3    
Se è pur vero che i cartelli dicono “abbigliamento adeguato” il vicesindaco Polidori parla di “una via di mezzo tra l’ invito e il divieto” e precisa che “questo invito poteva anche essere sotto forma di ordinanza e a quel punto prevedeva addirittura delle sanzioni”.
Insomma bagnante avvisato, mezzo salvato.

Il vecchio tema dell’abbigliamento “succinto” da sempre caro a molti e discusso anche in questa città dove le tradizioni sono altre.

Nota 4
“Lassù a Trieste” è un capitolo del pregevolissimo libello di Libero Mazzi, “Queste mie strade” Ed. Tipografia Moderna, 1967.
Libero Mazzi inizia il libro commentando un articolo di un giornale di Como che parlando di Trieste dice”Lassù a Trieste”. Il commento che innesca una serie di riflessioni inizia con “A Como, duecentouno metri sul livello del mare … e poiché anche in latitudine siamo là e là, viene da pensare che con lo scorrere degli anni e l’impallidire di certi avvenimenti Trieste – non essendo situata sulle Alpi o in Groenlandia – abbia assunto per i più l’immagine comoda di qualcosa che lentamente, ma senza possibilità di invertire la marcia, viaggia verso la luna”.

Nota 5
La libecciata fatale avvenne nel 1879 e la nuova strada rialzata rispetto al mare è appena del 1932

Nota 6
“La sponda, a profilo obliquo, è realizzata in blocchi squadrati d’arenaria e ad essa ancora si appoggiano livelli di spiaggia in ciottoli. Alla sommità conserva una spalla in grosse lastre orizzontali, poste a delimitare il primo selciato in pietrisco.
Rispetto all’attuale la riva è arretrata di parecchi metri e si trova a circa 1 metro al di sotto del moderno selciato d’asfalto. “
Dalla rivista on line Archeo

Nota 7
Per chi non è di Trieste è giusto  dire che la Bora in questi ultimi anni soffia un po’ di meno. Meno forte e con meno frequenza. Più che sufficiente per allarmare i triestini doc che alla loro bora  sono legati da un profondo affetto fatto di amore e un pizzico di odio. 

Nota 8
Ecco come il consigliere comunale Sasco (UdC) rimescola le carte: “Il piano regolatore classifica Barcola come zona balneare ma bisognerebbe adottare una prospettiva più ampia: oggidì dall’hotel Greif al bivio non vi sono strutture di ricezione turistico alberghiera, che andrebbero invece realizzate contestualmente alla riviera di Barcola»  (nov 2009).

Nota 9
Il ristorante Marinella, locale da 300 posti,  è chiuso dal 2017.  Dopo la morte del proprietario è emerso un buco finanziario di oltre 1 milione di euro sicchè la vedova non ha ritenuto di proseguire l’attività,  rinunciando altresì all’eredità.
La società è stata dichiarata fallita ed i vari creditori tra cui le banche si sono insinuate nel fallimento.
Misteriosi e non noti (salvo i soliti “si dice”) i motivi del crack finanziario stante l’ottimo giro di affari e clientela sempre numerosa.
A primavera 2018 il sindaco ha annunciato un interesse da parte della società che ha acquisito la struttura dell’ex Fiera Campionaria.
Ad oggi nessun aggiornamento su questo fronte e la struttura giace lì in progressiva rovina.

Nota 10
Telequattro giovedì 28 novembre 2019: “Nuove edificazioni in Viale Miramare: l’iniziativa privata approdata anche in consiglio comunale ha fatto agitare e non poco residenti e altri cittadini che gravitano nella zona di Viale Miramare, nei pressi del Cedas per intenderci, pronti a far sentire la propria voce….”

Nota 11
– “Sotto il Santuario Mariano c’è un ampio spazio per i parcheggi e senza stravolgere l’ambiente andrebbe progettata un’ovovia che colleghi i due siti. I turisti, ma anche i residenti, potrebbero lasciare lì la loro automobile per poi scendere sul lungomare”
– “C’è poi il Castello di Miramare uno dei siti più frequentati dai turisti che, purtroppo, trovano grosse difficoltà di parcheggio…. E’ interessante l’idea che attraverso un impianto a fune questi possano in breve tempo raggiungere la costa con i suoi attuali e futuri punti di interesse”.
– “I punti di partenza e arrivo?…. Sulla costa, ovviamente nel contesto di Barcola, il terrapieno con il nuovo parcheggio o altro, ma che sia collegato facilmente alle località in premessa con mezzi pubblici, con i vaporetti, con le biciclette e magari il treno.”
– Il collegamento tra le due realtà triestine (città ed altipiano) …. un progetto nuovo capace di cogliere quelle opportunità che oggi si stanno concretizzando. Il Porto Vecchio, con la Centrale Idrodinamica, la Sottostazione elettrica, la prossima realizzazione del museo del Mare, l’avvento di Esof 2020, la nuova viabilità, il ripristino del treno storico e i collegamenti che verranno, si appresta a diventare un centro di attrazione internazionale …. siamo tutti certi che saranno innumerevoli le presenze in quest’area di concittadini, operatori e soprattutto turisti …

Nota 12
“Anche il piano regolatore ne consente l’allargamento. Basterebbe il solo tratto Cedas-pineta. Ne deriverebbe la possibilità di usare quegli spazi tutto l’anno, di aprire nuove aree di ristoro e soprattutto di garantire a tutti un accesso al mare”.  Giorgi aprile 2010.

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La mia Trieste, 31 Dicembre 2019