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Il Manicomio

Ex Manicomio

C’era una volta.
E questo a Trieste anche i sassi sanno.
L’interrogativo che mi sono sempre posto è perchè Basaglia a Trieste e perchè la legge n. 180 – con i suoi pro e i suoi contro – sia nata proprio qui.
Casualità o qualcosa di non casuale e che poteva essere nell’aria?
Il manicomio che nasce a inizi ‘900 già parte sotto una stella di apertura a nuove idee. Il committente cioè il Comune, per bocca del Podestà, stabilisce che il manicomio “dovrà avere un carattere di assoluta modernità e dovrà quindi essere costruito in modo da permettere all’alienato la più ampia libertà compatibile con le sue condizioni”.
L’arch. Braidotti progetta dunque una struttura a padiglioni (40) che è già una grande novità rispetto le strutture simili a carceri che vigevano al tempo. E poi tanto verde, spazi, simmetrie (ritenute benefiche), colore.
La struttura nasce per volontà del Comune, ma il merito pratico è da ascriversi a tale Giorgio Galatti di origine greca, imprenditore di successo, collezionista d’arte che lasciò alla sua morte tutta l’ingente fortuna in dono al Comune che con quei soldi provvide alla costruzione della struttura.
Trieste lo rammenta con una via in centro e con un busto nel piazzale antistante la palazzina principale dell’ex manicomio.
Tornando a Basaglia.
Gianfranco Bernes nel suo libro “Testimoni del passato, gli anni intensi di Trieste fra psichiatria e antipsichiatria” dice che Basaglia arrivò “per chiamata”.
Certo, un concorso vinto da lui per questo posto, ma la decisione di proporsi nasceva da un disegno che porta la firma di Michele Zanetti, già professore (anche mio) di diritto del lavoro all’Università ed eletto, lui democristiano, Presidente della Provincia dentro la coalizione di centro sinistra.
Ho parlato di disegno politico perchè le idee di Basaglia erano note nel mondo accademico. E non solo le idee, ma anche le piccole rivoluzioni, che avevano sollevato non poche polemiche e resistenze, attuate in quegli anni, prima come direttore del manicomio di Gorizia e poi di Parma.
E a Zanetti, da cui dipendeva la struttura del manicomio, andava bene Basaglia nonostante la dichiarata ostilità di molti ambienti.
Su questi aspetti la testimonianza proprio di Michele Zanetti è dentro il suo libro “Basaglia, una biografia” dove trova spazio anche il racconto di sé e della fine della sua carriera politica proprio per avere favorito e reso possibile la rivoluzione di Basaglia.
Basaglia non ha mai avuto appoggi dal “suo” partito e il confronto è sempre stato difficile. In quegli anni i comunisti erano usciti rafforzati dalle urne e per conservare il loro potere non potevano sposare la rivoluzione proposta da Basaglia perché invisa alle varie classi sociali. Solamente i contatti con Zanetti e il concorso a direttore dell’Ospedale psichiatrico di Trieste permisero, non senza difficoltà, il rinnovamento e la gestazione della 180.
Il secondo interrogativo: perchè a Trieste?
Mettendola sullo scherzo si può dire perchè Trieste è la città dei matti. La città dove “el mato” sta a significare il tizio e dove il matto vero è chiamato “mezomato”
In un delirante articolo (che non è scherzoso, ma del tutto serio) pubblicato nel 2012 sul quotidiano “La Stampa” (non è difficile trovarlo con Google) si legge “… Trieste è la fucina delle riforme del sistema psichiatrico perché quasi ogni famiglia ha un componente matto o almeno squilibrato o almeno strambo ..”
Ma la cosa più delirante è che la causa di questa diffusa pazzia starebbe nel … soffiare della bora.
Ecco “che guasti può fare alla psiche umana un vento come la bora che insiste da secoli se non da millenni su questa zona.“
Giusto porsi la domanda perchè Trieste, salvo poi non dare risposte da ….. “mezomato” come qui leggiamo.
Gunther Schatzdorfer nel suo libro “Trieste” insiste molto sulle tremende condizioni che le vicende politiche e belliche hanno determinato dentro il tessuto sociale della città.
Triestini austriacanti e triestini irredentisti e tra gli irredentisti quelli socialisti e quelli di ispirazione mazziniana. E tra i socialisti quelli austriacanti e quelli filo italiani. E tra i post irredentisti (post 1920) quelli di destra con il nascente fascismo e quelli antifascisti. E i cattolici? Proviamo a immettere tutte queste categorie dentro i cattolici ossia dove dentro la medesima chiesa ed inginocchiati sullo stesso banco c’erano quelli e questi.
Quanta sofferenza.
Anche la storia degli anni ’40 ripropone con drammaticità queste schizofrenie sociali con triestini fascisti e in alcuni casi nazi-fascisti e triestini antifascisti. Ovunque in Italia vi furono, ma a Trieste con tremenda virulenza. Non per niente qui l’unico, con la Risiera, forno crematorio in Italia

E poi tutta la storia troppo nota per essere qui citata dei triestini favorevoli all’annessione di Trieste alla Yugoslavia e quelli che anelavano all’Italia. E tra i comunisti come tra i cattolici chi era schierato da una parte chi dall’altra.
Non solo contrapposizioni di ideologie, ma talvolta di armi, con famiglie in cui uno stava con le armi da una parte e chi della stessa famiglia stava dall’altra. Si vedano ad es. le vicende della famiglia Brunner.
E la vicenda degli esuli istriani? Italiani, anzi italianissimi, visti con ostilità dagli italiani (triestini) sia fossero comunisti sia fossero di centro o di destra.
Quale dramma psicologico vedersi rifiutati da coloro che si pensava fossero amici e fratelli!
Cito ancora Gunther Schatzdorfer che scrive “ … tra le diverse etnie non si è formata alcuna identità comune. Questo ha comportato fallimenti di speranze individuali e collettive. Come Vienna, dove la decadenza di borghesia e feudalesimo ha portato alla psicanalisi di Freud così il lavoro di Basaglia non poteva che nascere a Trieste. Non gli uomini, ma le loro condizioni di vita erano schizofreniche”

Agli amici che vengono a trovarmi dall’ <Italia> non risparmio mai, da sadico qual sono, tours forzati in giro per la città riempiendo le loro teste di tutto quel poco che so dei posti che visitiamo. Mi seguono perchè mi vogliono assai bene e perchè vedono il mio entusiasmo e quindi manca loro il coraggio di dire che non gliene frega niente di Maria Teresa, dell’alabarda gettata dal cielo da S.Sergio, dell’Ursus o delle statue sopra il palazzo Stratti. Ma i loro occhi rassegnati si accendono quando li porto dentro a quello che è stato il manicomio.
La visita su per le stradine, in giro per i piazzali davanti le palazzine dipinte di giallo intenso fin su al teatro. Una città nella città dove tutto è permeabile.
La storia di questo posto è una storia che inizia con un atto di coraggio – la struttura a padiglioni e non a edificio carcerario – e termina con un altro atto di coraggio e nel mezzo tanto entusiasmo, dedizione, amore per il prossimo, ricerca.
Marco Cavallo è lì a dire tutto ciò indipendentemente dal giudizio che si possa dare ad una rivoluzione.

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La mia Trieste, 6 Febbraio 2016